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Precariato

La scheda: Precariato

Con il termine precariato si intende l'insieme dei soggetti lavoratori, che vivono una generale condizione lavorativa di incertezza.



Precarietà a tempo indeterminato, regia di Accursio Graffeo 2012 http://precarietaatempoindeterminato.wordpress.com/
Il vangelo secondo Precario, regia di Stefano Obino (2005)
Parole sante, Fandango 2007 - documentario di Ascanio Celestini
Tutta la vita davanti, regia di Paolo Virzì (2008)
Fuga dal call center, regia di Federico Rizzo (2008)
Generazione 1000 EURO, di Massimo Venier (2009)
La ballata dei precari, di Silvia Lombardo, Corrado Ceron, Giordano Cioccolini 2009

Occorre rilevare che, sebbene flessibilità lavorativa e precariato siano due fenomeni di per sé concettualmente diversi e solo indirettamente correlati ma non sovrapponibili e assimilabili, si caratterizzano entrambi per l'espansione delle forme contrattuali atipiche. All'interno degli schemi contrattuali cosiddetti flessibili, il precariato emerge quando si rilevano contemporaneamente più fattori discriminanti rispetto alla durata, alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all'assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di TFR, al quantum del compenso ed al trattamento previdenziale.
Spesso la mobilità o flessibilità lavorativa è confusa col precariato: mentre la mobilità consente al lavoratore di investire su una professione o comunque costruire una propria carriera pur spostandosi da un settore all'altro sia all'interno di uno stesso ente, sia da azienda a azienda, e di accrescere il proprio valore professionale senza perdere i benefici maturati, il precariato, al contrario, è costituito da una serie di contratti a termine che non cumulano nel tempo vantaggi economici o professionali perché non consentono al lavoratore di progredire nel proprio cammino professionale. La loro funzione dunque non contribuisce alla facilità d'impiego ed alla professionalizzazione, bensì sgretola in una sequela di impieghi poco remunerati e poco professionalizzanti il percorso lavorativo.
Il lavoratore precario che detiene una partita IVA o è comunque riconosciuto come lavoratore autonomo nelle varie tipologie contrattuali solo raramente è adeguatamente remunerato. Spesso il lavoratore precario che ha una partita IVA, si è visto costretto ad aprirla per permettere all'impresa che lo fa lavorare di non dover avere con lui alcun tipo di rapporto dal punto di vista previdenziale. La gran parte delle partite IVA aperte da precari, in questo modo, risultano solo da una precisa volontà di evasione contributiva da parte della controparte padronale. Il fatto di detenere una partita IVA, da un punto di vista economico, infatti, non costituisce alcuna garanzia di solvibilità, come si incaricano di dimostrare le banche quando un precario si rivolge loro. Che la sua professione non offra solide garanzie per il suo futuro appare talmente evidente ad una banca che quando questi vi si rivolge per chiedere un prestito o un mutuo, questi vengono negati perché il richiedente non può fornire solide garanzie di sicurezza economica.
Anche a parità di remunerazione economica, il lavoratore precario difficilmente potrà avere una progettualità di vita (es. famiglia propria senza altri aiuti), riproducendo meccanismi familistici deteriori, o di nuovo rivolgendosi al "mercato" del secondo lavoro, in nero. Il precario medio, secondo le cifre del sindacato, è infatti single più per necessità che per scelta. In quanto slegato da legami familiari, il precario, uomo o donna che sia, è infatti più appetibile per il mercato del lavoro, in quanto ha meno vincoli e non ha praticamente tutele di alcun tipo. È dunque di fatto il lavoratore più ricattabile, sfruttabile e facilmente licenziabile. Le donne precarie sono discriminate dalle imprese sia in quanto precarie sia in quanto donne (a molte donne vengono illegalmente chieste al momento dell'assunzione, anche a tempo indeterminato, analisi che dimostrino che non sono incinte) per il "costo" della maternità, che è però un diritto sancito dallo statuto dei lavoratori.
Al contrario questo problema non si pone con la mobilità, che è anzitutto una libera scelta del lavoratore ed è spesso vantaggiosa per lo stesso datore di lavoro: una persona che sceglie di occupare una mansione alla quale è più adatta può liberare il vecchio posto in cui rendeva meno per altre persone in attesa di impiego, aumentando nel contempo la produttività dell'azienda. Pur usufruendo di contratti a tempo determinato, può maturare diverse esperienze in seno ad aziende diverse, anche se la pianificazione di un percorso professionale risulta vantaggiosa nella misura in cui il potere contrattuale del lavoratore è forte e tale da imporre al datore di lavoro sostanziali modifiche al contratto che tutelino meglio i diritti e benefici del prestatore d'opera. I modi in cui si dà oggi la mobilità in Italia, però, non garantiscono certo un adeguato potere contrattuale da parte del lavoratore.
L'incertezza legata al contratto di lavoro a progetto o al contratto di collaborazione coordinata e continuativa (spesso abbreviato con "cococo", e attualmente vigente nelle pubbliche amministrazioni e in altri casi previsti dalla legislazione), spesso utilizzati per dare vita a forme di precariato, consente al datore di lavoro, il quale rinnova per diversi anni la stessa collaborazione, di aggirare il problema del licenziamento. Infatti è sufficiente attendere la scadenza del contratto (necessariamente ravvicinata nel tempo, di solito entro l'anno solare) e limitarsi a non assumere il lavoratore l'anno successivo.
Il datore di lavoro non è infatti tenuto a motivare una mancata assunzione in quanto il contratto non costituisce un periodo di prova, ma un lavoro a termine. Anche se il lavoratore che dia buona prova delle sue capacità è spesso assunto nuovamente gli anni successivi, non necessariamente con stipendio maggiore (come avverrebbe con l'aumento di anzianità in caso fosse un lavoratore dipendente), in molti casi non lo saprà che poco prima dell'effettiva chiamata, il che rende difficile pianificare in anticipo le proprie scelte professionali e di vita.
In data 10 giugno 2011 è stata inoltrata formalmente all'Antitrust, e per conoscenza al Ministro del lavoro e delle politiche socali, una denuncia contro il "tacito cartello dei salari low-cost" adottato dalle aziende di servizi a danno della libera concorrenza nel mercato del lavoro e del sistema economico italiano.

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