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Vittorio Emanuele III d'Italia

La scheda: Vittorio Emanuele III d'Italia


Maria Clotilde
Umberto
Amedeo
Maria Pia
Vittorio Emanuele
Iolanda
Mafalda
Umberto
Giovanna
Maria
Maria Pia
Vittorio Emanuele
Maria Gabriella
Maria Beatrice
Emanuele Filiberto
Vittoria
Luisa
^ Ferma restando la genealogia dei Savoia, il tema della successione ad Umberto II come capo del casato è oggetto di controversia tra i sostenitori di opposte tesi rispetto all'attribuzione del titolo a Vittorio Emanuele piuttosto che a Amedeo: infatti il 7 luglio 2006 la Consulta dei senatori del Regno, con un comunicato, ha dichiarato decaduto da ogni diritto dinastico Vittorio Emanuele ed i suoi successori ed ha indicato duca di Savoia e capo della famiglia il duca d'Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, fatto contestato anche sotto il profilo della legittimità da parte dei sostenitori di Vittorio Emanuele. Per approfondimenti leggere qui.
Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia, Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947) è stato re d'Italia (dal 1900 al 1946), imperatore d'Etiopia (dal 1936 al 1941, anche se la formale rinuncia al titolo è del 1943), primo maresciallo dell'Impero (dal 4 aprile 1938) e re d'Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 e gli succedette il figlio Umberto II.
Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, ricevette alla nascita il titolo di principe di Napoli, nell'evidente intento di sottolineare l'unità nazionale, raggiunta da poco.
Il suo lungo regno (quarantasei anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l'introduzione del suffragio universale maschile (1912) e femminile (1945), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell'Italia unita, le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì quasi due anni dopo la caduta del Regno d'Italia. Per la sua partecipazione a due guerre mondiali e la vittoria nella prima venne appellato "Re soldato" e "Re vittorioso".



Vittorio Emanuele III:
Re d'Italia:
In carica: 29 luglio 1900 – 9 maggio 1946
Predecessore: Umberto I
Successore: Umberto II
Imperatore d'Etiopia:
In carica: 9 maggio 1936 – 27 novembre 1943
Predecessore: Hailé Selassié
Successore: Hailé Selassié
Re d'Albania:
In carica: 9 aprile 1939 – 27 novembre 1943
Predecessore: Zog I
Successore: Monarchia abolita
Primo maresciallo dell'Impero titolo condiviso con il capo del governo Benito Mussolini:
In carica: 30 marzo 1938 – 25 luglio 1943
Nome completo: Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro
Nascita: Napoli, 11 novembre 1869
Morte: Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947
Luogo di sepoltura: Cattedrale di Santa Caterina, ad Alessandria d'Egitto
Casa reale: Savoia
Padre: Umberto I d'Italia
Madre: Margherita di Savoia
Consorte: Elena del Montenegro
Figli: Iolanda Mafalda Umberto Giovanna Francesca
Firma:

Vittorio Emanuele III:
Re d'Italia:
In carica: 29 luglio 1900 – 9 maggio 1946
Predecessore: Umberto I
Successore: Umberto II
Imperatore d'Etiopia:
In carica: 9 maggio 1936 – 27 novembre 1943
Predecessore: Hailé Selassié
Successore: Hailé Selassié
Re d'Albania:
In carica: 9 aprile 1939 – 27 novembre 1943
Predecessore: Zog I
Successore: Monarchia abolita
Primo maresciallo dell'Impero titolo condiviso con il capo del governo Benito Mussolini:
In carica: 30 marzo 1938 – 25 luglio 1943
Nome completo: Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro
Nascita: Napoli, 11 novembre 1869
Morte: Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947
Luogo di sepoltura: Cattedrale di Santa Caterina, ad Alessandria d'Egitto
Casa reale: Savoia
Padre: Umberto I d'Italia
Madre: Margherita di Savoia
Consorte: Elena del Montenegro
Figli: Iolanda Mafalda Umberto Giovanna Francesca
Firma:
1 Biografia
1.1 La giovinezza
1.1.1 Gli studi
1.1.2 Il matrimonio
1.2 L'ascesa al trono e l'orientamento politico
1.2.1 La politica estera: tra Triplice Alleanza e nuove intese
1.2.1.1 Il riavvicinamento alla Francia
1.2.1.2 Russia e Balcani
1.2.1.3 Arbitrati internazionali
1.2.2 L'Istituto internazionale per l'agricoltura
1.2.3 La politica interna: apertura a sinistra e pace sociale
1.2.3.1 Gli attentati
1.2.4 I rapporti tra Stato e Chiesa
1.3 La guerra di Libia
1.4 La prima guerra mondiale
1.5 Dal primo dopoguerra al primo Governo Mussolini
1.6 Lo Stato fascista (1925-1943)
1.7 L'apice del consenso al regime fascista
1.7.1 I rapporti con il Fascismo
1.8 La seconda guerra mondiale
1.9 La caduta del Fascismo
1.10 L'Armistizio
1.11 Il "Regno del Sud"
1.12 Gli ultimi anni
2 Numismatica
3 Epiteti
4 Albero genealogico e osservazioni genetiche
4.1 Ascendenza patrilineare
5 Titoli
6 Onorificenze
6.1 Onorificenze italiane
6.2 Onorificenze straniere
7 Note
8 Bibliografia
9 Voci correlate
10 Altri progetti
11 Collegamenti esterni


Maria Clotilde
Umberto
Amedeo
Maria Pia
Vittorio Emanuele
Iolanda
Mafalda
Umberto
Giovanna
Maria
Maria Pia
Vittorio Emanuele
Maria Gabriella
Maria Beatrice
Emanuele Filiberto
Vittoria
Luisa
^ Ferma restando la genealogia dei Savoia, il tema della successione ad Umberto II come capo del casato è oggetto di controversia tra i sostenitori di opposte tesi rispetto all'attribuzione del titolo a Vittorio Emanuele piuttosto che a Amedeo: infatti il 7 luglio 2006 la Consulta dei senatori del Regno, con un comunicato, ha dichiarato decaduto da ogni diritto dinastico Vittorio Emanuele ed i suoi successori ed ha indicato duca di Savoia e capo della famiglia il duca d'Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, fatto contestato anche sotto il profilo della legittimità da parte dei sostenitori di Vittorio Emanuele. Per approfondimenti leggere qui.
Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia, Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947) è stato re d'Italia (dal 1900 al 1946), imperatore d'Etiopia (dal 1936 al 1941, anche se la formale rinuncia al titolo è del 1943), primo maresciallo dell'Impero (dal 4 aprile 1938) e re d'Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 e gli succedette il figlio Umberto II.
Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, ricevette alla nascita il titolo di principe di Napoli, nell'evidente intento di sottolineare l'unità nazionale, raggiunta da poco.
Il suo lungo regno (quarantasei anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l'introduzione del suffragio universale maschile (1912) e femminile (1945), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell'Italia unita, le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì quasi due anni dopo la caduta del Regno d'Italia. Per la sua partecipazione a due guerre mondiali e la vittoria nella prima venne appellato "Re soldato" e "Re vittorioso".


Fu studioso di numismatica e grande collezionista di monete. Nel 1900 acquistò dagli eredi la collezione Marignoli composta da circa 35.000 pezzi nei tre metalli. Pubblicò il Corpus Nummorum Italicorum (1909 - 1943), opera in 20 volumi dove sono classificate e descritte le monete italiane. Lasciò l'opera, incompiuta, in dono allo Stato italiano. La sua attività di numismatico fu premiata nel 1904 con l'assegnazione della medaglia della Royal Numismatic Society.
Volle una monetazione circolante ricca e varia, dando così vita a una vera e propria collezione tra le più belle e seguite. Fece coniare inoltre molte monete in numero limitato esclusivamente per i numismatici. Alla partenza per l'Egitto il 9 maggio 1946, il Re scrisse al presidente del consiglio Alcide De Gasperi: «Signor presidente, lascio al popolo italiano la collezione di monete che è stata la più grande passione della mia vita». Tale collezione è oggi parzialmente esposta nel piano seminterrato di Palazzo Massimo alle terme a Roma.

Nel suo lungo regno, Vittorio Emanuele III ricevette dalla stampa, da eminenti uomini di cultura o da politici, alcuni epiteti passati alla storia. Gli epiteti celebrativi sono legati alla Grande guerra, alla sua assidua presenza al fronte, e alla sua "alta guida" delle operazioni belliche che portarono il Regno alla vittoria sul tradizionale nemico dell'Unità italiana: "Re soldato", "Re di Peschiera", "Re della Vittoria", o semplicemente "Re Vittorioso".
Di riflesso alla sua politica improntata a idee di pace e protezione sociale, fu dipinto come il "Re socialista", e, similmente, per il suo appoggio a Giolitti fu noto come il "Re borghese".
Dopo l'8 settembre fu anche chiamato dai fascisti di Salò "Re Fellone", appellativo che rimase in una certa stampa.
Alcune caratteristiche fisiche furono all'origine di altri nomignoli ideati negli ambienti antimonarchici o frutto di trovate goliardiche. Il Re venne soprannominato "Sciaboletta" a causa della bassa statura (1,53 m), che avrebbe reso necessaria la forgiatura di una sciabola particolarmente corta, ad evitare che strisciasse sul terreno. Sempre con riferimento alla statura, fu chiamato "Re Tappo", Mussolini lo definì il "Re bloccardo".
Similmente, il Duca d'Aosta, riferendosi a Vittorio Emanuele e alla regina Elena (di origine montenegrina), li definì "Curtatone e Montanara", guadagnandosi l'allontanamento da Corte e una missione in Africa.

L'albero genealogico di Vittorio Emanuele III ben evidenzia l'elevato livello di consanguineità dei matrimoni contratti nelle generazioni a lui precedenti: tre dei quattro nonni erano cugini di primo grado l'uno con l'altra, avendo tutti e tre per nonni la coppia formata da Carlo Emanuele di Savoia-Carignano e Maria Cristina di Sassonia-Curlandia.

Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione,
Re d'Italia,
Re d'Albania,
Imperatore d'Etiopia,
Re del Montenegro,
Primo Maresciallo dell'Impero,
Re di Sardegna,
Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia,
duca di Savoia,
principe di Carignano,
principe di Piemonte,
principe di Oneglia,
principe di Poirino,
principe di Trino,
principe e vicario perpetuo del Sacro Romano Impero,
principe di Carmagnola,
principe di Montmélian con Arbin e Francin,
principe balì del ducato di Aosta,
principe di Chieri,
principe di Dronero,
principe di Crescentino,
principe di Riva di Chieri e Banna,
principe di Busca,
principe di Bene,
principe di Bra,
duca di Genova,
duca di Monferrato,
duca d'Aosta,
duca del Chiablese,
duca del Genevese,
duca di Brescia,
duca di Piacenza,
duca di Carignano Ivoy,
marchese di Ivrea,
marchese di Saluzzo,
marchese di Susa e di Ceva,
marchese del Maro,
marchese di Oristano,
marchese di Cesana,
marchese di Savona,
marchese di Tarantasia,
marchese di Borgomanero e Cureggio,
marchese di Caselle,
marchese di Rivoli,
marchese di Pianezza,
marchese di Govone,
marchese di Salussola,
marchese di Racconigi, con Tegerone, Migliabruna e Motturone,
marchese di Cavallermaggiore,
marchese di Marene,
marchese di Modane e di Lanslebourg,
marchese di Livorno Ferraris,
marchese di Santhià,
marchese di Agliè,
marchese di Centallo e Demonte,
marchese di Desana,
marchese di Ghemme,
marchese di Vigone,
marchese di Villafranca,
conte di Moriana,
conte di Ginevra,
conte di Nizza, conte di Tenda,
conte di Romont, conte di Asti,
conte di Alessandria,
conte del Goceano,
conte di Novara,
conte di Tortona,
conte di Bobbio,
conte di Soissons,
conte dell'Impero Francese,
conte di Sant'Antioco,
conte di Pollenzo,
conte di Roccabruna,
conte di Tricerro,
conte di Bairo,
conte di Ozegna,
conte di Barge,
conte delle Apertole,
barone di Vaud e del Faucigny,
alto signore di Monaco e di Mentone,
signore di Vercelli,
signore di Pinerolo,
signore della Lomellina e Valle Sesia,
nobil homo e patrizio Veneto,
patrizio di Ferrara.

La notizia dell'assassinio del padre Re Umberto I, ucciso il 29 luglio 1900 a Monza ad opera dell'anarchico Gaetano Bresci, giunse a Vittorio Emanuele mentre si trovava in crociera nel Mediterraneo con la moglie Elena: fino ad allora il principe di Napoli aveva considerato la propria ascesa al trono ancora lontana, data l'età del padre, che al momento del regicidio aveva cinquantasei anni.
Sbarcato quindi rapidamente a Reggio Calabria, Vittorio Emanuele il 2 agosto 1900, a pochi giorni dal regicidio, nel suo primo discorso alla Nazione elencava i capisaldi della sua visione politica.
L'11 agosto giurò fedeltà allo Statuto nell'aula del Senato, davanti al presidente Giuseppe Saracco e ai due rami del Parlamento, disposto alle sue spalle. Nel discorso, scritto di proprio pugno, il nuovo Re delineava una politica conciliante e parlamentarista:
Dopo l'incoronazione il neo-re ordinò a Guido Cirilli la progettazione e la costruzione di una cappella commemorativa al padre dove era stato assassinato, facendo questo il re Vittorio Emanuele III fece abbattere la sede della Società Ginnastica Monzese Forti e Liberi di Monza e la fece ricostruire dall'altro lato di viale Cesare Battisti di Monza.
Infine, la riconciliazione nazionale voluta dal Sovrano prese forma con il Regio Decreto 11 novembre 1900, n. 366, nel quale il Re concedeva l'amnistia per i reati di stampa e per i delitti contro la libertà di lavoro e condonava la metà delle pene irrogate per i moti del 1898. Nel 1901 venne emessa la prima serie di francobolli, che inaugurò le lunghe emissioni filateliche del suo Regno, tale serie, detta "Serie Floreale 1901", portava intrinsecamente la novità di usare il nuovo stile detto Liberty, che negli anni a venire fu appunto italianizzato in "Floreale".

La visita dello zar Nicola nell'ottobre 1909 portò, tra le altre cose, al riconoscimento dell'influenza italiana nell'Africa che si affaccia sul mar Mediterraneo e, nello specifico, nell'area libica. Da ciò, già si poteva scorgere l'inizio dell'impresa militare nella Tripolitania e nella Cirenaica, nel 1911: non tardò, per giovare a questo fine, la divisione delle sfere di influenza nel Mediterraneo africano tra Francia e Italia a seguito delle crisi marocchine, nelle quali Vittorio Emanuele si schierò a fianco di Parigi, riconoscendo, a sua volta, la priorità francese nell'area più occidentale del Sahara.
L'iniziativa coloniale italiana era, tuttavia, già attiva sul continente africano. Già era occupata l'Eritrea, mentre la Somalia era colonia dal 1907, ma le loro posizioni, sul Corno d'Africa, le rendevano remote e, in ogni caso, la loro conformazione territoriale e la scarsa importanza sul piano strategico non davano lustro alla politica coloniale italiana. L'Italia era anzitutto Mediterraneo, e l'ultima terra ancora non posta sotto il dominio di una qualche potenza europea era la Libia.
Il governo italiano agì con cautela: la Cirenaica e la Tripolitania erano poste sotto il controllo dell'Impero ottomano, minato ormai da un cancro interno che lo rendeva un'entità ormai moribonda, ma in ogni caso, da non trascurare: la rivolta dei Giovani Turchi servì come trampolino di lancio per l'operazione militare.
Il 29 settembre 1911 iniziò lo sbarco italiano in Libia, annessa, secondo decreto regio, il 5 novembre, senza considerare la grande debolezza dell'occupazione, che risentiva di un esercito ancora arretrato e la resistenza attiva dei capi tribali delle aree interne. Non a caso, nell'occasione dell'imminente prima guerra mondiale, la Libia non tarderà ad riprendersi, con l'esercito italiano tutto impiegato su altri fronti, un'autonomia praticamente completa. Nell'ambito della guerra italo-turca, furono anche annesse, nel 1912, le isole greche del Dodecaneso. Con la pace di Losanna, del 18 ottobre 1912, l'Impero ottomano riconobbe all'Italia il possesso della colonia Tripolitania e di quella Cirenaica.

Nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III sostenne la posizione inizialmente neutrale dell'Italia. Molto meno favorevole del padre alla Triplice Alleanza (di cui l'Italia era parte con Germania ed Impero austro-ungarico) e ostile all'Austria, promosse la causa dell'irredentistismo del Trentino e della Venezia Giulia. Le vantaggiose offerte dell'Intesa (formalizzate nel Patto di Londra, stipulato in segreto all'insaputa del parlamento) indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l'abbandono della triplice alleanza (4 maggio 1915) passando a combattere a fianco dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia).
Ad inizio maggio, l'azione neutralista di Giovanni Giolitti insieme alla diffusione di notizie circa concessioni territoriali da parte austriaca aprirono una crisi parlamentare. Il 13 maggio, Salandra rimetteva nelle mani del Re il mandato. Il Corriere della Sera scrisse: “L'on. Giolitti e i suoi amici trionfano. Più ancora trionfa il Principe di Bülow. Egli è riuscito a far cadere il Ministero che conduceva il Paese alla guerra.”, e il Messaggero: “L'on. Salandra dà partita vinta agli organizzatori del malefico agguato, si arrende alle male arti diplomatiche del Principe di Bülow.”Giolitti fu convocato di conseguenza dal Re, per formare il nuovo governo. Questi però, informato dei nuovi impegni presi con la Triplice intesa decise di rifiutare l'incarico, così come altri politici convocati.
Il 16 maggio Vittorio Emanuele respingeva ufficialmente le dimissioni di Salandra. Il 20 e il 21 maggio, a stragrande maggioranza, le due camere del Parlamento votarono a favore dei poteri straordinari al Sovrano e al Governo in caso di ostilità. Il 23 maggio l'Italia dichiarava guerra all'Austria-Ungheria.
Fin dall'inizio delle ostilità sul fronte italiano (24 maggio 1915) fu costantemente presente al fronte, meritandosi da allora il soprannome di «Re soldato». Durante le operazioni belliche affidò la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Non si stabilì nella sede del quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia) con un piccolo seguito di ufficiali e gentiluomini.
Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare. Il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo.
Soggiornò brevemente a Monteaperta (presso l'ospedale militare del Gran Monte, attuale Rifugio A. N.A. Montemaggiore-Monteaperta) durante i combattimenti vista la notevole importanza logistica di Monteaperta alle spalle del fronte.
Dopo la battaglia di Caporetto, per decisione concordata tra i governi Alleati durante la conferenza di Rapallo viene sostituito Cadorna con il generale Armando Diaz, l'8 novembre 1917, al convegno di Peschiera, il re ratifica quanto già sottoscritto dal Governo Orlando facendo sue le decisioni di questo.
La vittoria italiana portò all'annessione all'Italia del Trentino e dell'Alto Adige (con Trento), della Venezia Giulia, di Zara e di alcune isole dalmate (tra le quali Lagosta).
Il Re, tra il 1914 ed il 1918, ricevette circa 400 lettere - anche minacciose e minatorie - di carattere prevalentemente anti-bellicista da individui di qualsiasi estrazione sociale, soprattutto bassa e composta da semi-alfabeti. Attualmente esse sono conservate nell'ACS in tre fondi, ma sono state digitalizzate e rese di pubblico dominio, essendo di grande interesse storico e linguistico.

A causa della crisi economica e politica che seguì la guerra, l'Italia conobbe una serie di agitazioni sociali (Biennio rosso in Italia) che i deboli governi liberali dell'epoca non furono in grado di controllare. Nel Paese si diffuse il timore di una rivoluzione comunista simile a quella in corso in Russia e nel contempo le classi possidenti temevano di essere travolte dalle idee socialiste, queste condizioni storiche portarono all'affermarsi di movimenti politici antidemocratici e illiberali.
Uno di questi erano i Fasci di combattimento, movimento costituito nel 1919 dall'ex direttore dell'Avanti! Benito Mussolini. Al movimento erano collegate le squadre d'azione, che successivamente sarebbero state integrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Mussolini aveva chiaramente scelto di sovvertire l'ordine democratico. Il Re era consapevole di tale spinta eversiva del fascismo e dei suoi obiettivi finali. Nell'ottobre 1922 Mussolini, eletto da un anno deputato alla Camera, fece scattare il suo piano di occupazione del potere. Il 27 ottobre iniziarono i primi movimenti squadristici con l'occupazione, nell'Italia settentrionale, di prefetture e caserme. Vittorio Emanuele si precipitò a Roma e comunicò al primo ministro Luigi Facta la propria intenzione di decidere personalmente sulla crisi in atto.
Alle sei del mattino del 28 ottobre Facta riunì il Consiglio dei ministri, che deliberò, su precise insistenze del generale Cittadini, primo aiutante di campo del Re, il ricorso allo stato d'assedio per bloccare la marcia su Roma. Ma quando alle 9 Facta si recò dal Re al Quirinale per la controfirma, ricevette il rifiuto del monarca a sottoscrivere l'atto. «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare».
Questo improvviso mutamento d'indirizzo non è ancora stato chiarito dalla storiografia. Renzo De Felice, il maggiore storico del fascismo, abbozza un elenco di possibili motivi che potrebbero avere indotto il re ad evitare lo scontro col fascismo, cioè:
la debolezza del governo Facta,
i suoi timori per gli atteggiamenti filofascisti del Duca d'Aosta,
le incertezze dei vertici militari.
il timore di una guerra civile
Secondo Mauro Canali bisogna aggiungerne un altro, riconducibile alla personalità del re, cioè alla sua supposta pavidità che lo indusse a non sfidare sul terreno militare lo squadrismo fascista. "Le sue preoccupazioni - aggiunge Canali - erano assolutamente fuori luogo, dato lo squilibrio delle forze in campo". Infatti le forze dell'esercito di stanza a Roma erano molto superiori a quelle dei fascisti: 28 000 uomini contro qualche migliaio, ed equipaggiati alla meglio. Su questo dato concordano tutti gli storici, ma devono essere considerate le menzionate "incertezze" dei vertici militari, le pressioni della classe dirigente, la volontà di evitare il deterioramento della crisi interna.
In conseguenza della decisione del Re, Facta presentò le dimissioni, subito accolte dal Sovrano. Il 29 ottobre 1922, Vittorio Emanuele, consultatosi con i massimi esponenti della classe dirigente politica liberale (Giolitti, Salandra) e militare italiana (Diaz, Thaon di Revel), dopo la bocciatura da parte mussoliniana di un possibile gabinetto Salandra-Mussolini, con l'intento di far rientrare il movimento fascista nell'alveo costituzionale parlamentare e di favorire la pacificazione sociale, affidò al capo del fascismo Benito Mussolini, deputato dal 1921, l'incarico di formare un nuovo governo.
Mussolini, che si indirizzò al Parlamento con tono minaccioso ("Avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli..."), ricevette una larga fiducia dal Parlamento, ottenendo alla Camera 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. Ricordiamo i voti favorevoli di Giovanni Giolitti, di Benedetto Croce, in seguito il massimo rappresentante dell'antifascismo liberale e di Alcide De Gasperi, poi padre della repubblica italiana, mentre Francesco Saverio Nitti lasciò l'aula in segno di protesta. Il Governo, composto da quattordici ministri e sedici ministeri, con Mussolini capo del Governo e ministro ad interim di Esteri e Interni, era formato da nazionalisti, liberali e popolari, tra i quali il futuro presidente della repubblica Giovanni Gronchi, sottosegretario all'Industria.
Secondo De Felice, "senza il compromesso con la monarchia è molto improbabile che il fascismo sarebbe mai potuto arrivare veramente al potere".

Nell'aprile del 1924 vennero indette nuove elezioni, svoltesi tra gravi irregolarità. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato queste irregolarità, venne rapito il 10 giugno 1924 e trovato morto il 16 agosto dello stesso anno. Il fatto scosse il mondo politico e aprì un semestre di forte crisi interna, risolto infine il 3 gennaio 1925 quando Mussolini, rafforzato sul piano internazionale dal recente incontro con Chamberlain, rivendicò la responsabilità non materiale dell'accaduto ("Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!"), indicando al parlamento la procedura di messa in stato d'accusa conformemente all'articolo 47 del Regio Statuto. La Camera, dove l'opposizione era frantumata nelle molteplici correnti e incapace di accordarsi su strategie condivise, non procedette e Mussolini diede inizio, per via parlamentare, alla trasformazione in senso autoritario e poi totalitario dello Stato.
Il Re, che fino ad allora aveva conservato il controllo dell'esercito, non si oppose. Del resto, il Parlamento, dove alla Camera per soli sette seggi gli iscritti al PNF erano la maggioranza assoluta, indebolito dalla secessione dell'Aventino, non aveva fornito alcun pretesto giuridico per chiedere le dimissioni di Mussolini né elaborato una credibile compagine di governo alternativa. Né la scelta extraparlamentare dell'opposizione era riuscita a mobilitare le masse. Il Re restò quindi in attesa di un'iniziativa parlamentare nel rispetto delle regole istituzionali. Quando il senatore Campello presentò a Vittorio Emanuele le prove della responsabilità del presidente del Consiglio dei ministri nel delitto Matteotti, il Re avrebbe risposto: «Sono cieco e sordo. I miei occhi e le mie orecchie sono la Camera e il Senato».
Francesco Saverio Nitti, durante il suo esilio dovuto alle intimidazioni fasciste, inviò una lettera al monarca in cui gli rivolse accuse di ignavia connivenza con Mussolini e lo esortò a prendere provvedimenti contro il regime. Il 27 dicembre iniziò ad essere pubblicato su Il Mondo e poi su altri giornali il memoriale dello squadrista Cesare Rossi, nel quale Mussolini veniva documentatamente indicato come mandante di un gran numero di atti di violenza politica prima del delitto Matteotti e, almeno implicitamente, anche di quest'ultimo. Ma nemmeno queste rivelazioni portarono il Re a dimettere Mussolini, il quale secondo la procedura avrebbe prima dovuto essere messo dal Parlamento in stato d'accusa.
D'altronde grazie alla legge elettorale Acerbo ed ai brogli denunciati da Matteotti, i fascisti avevano, sia pur di sette seggi, la maggioranza parlamentare assoluta. Il mancato ricorso all'articolo 47 non testimoniava, quindi, l'innocenza di Mussolini ma piuttosto il suo controllo sul Parlamento stesso. Nei giorni successivi, durante il gennaio del 1925, furono chiusi 35 circoli politici di opposizione, sciolte 25 organizzazioni definite "sovversive", arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari.
Nel novembre 1925 il Re firmò le cosiddette Leggi fascistissime con cui furono sciolti tutti i partiti politici (tranne il PNF) e instaurata la censura sulla stampa. Con la legge del 24 dicembre 925 venne modificato lo Statuto Albertino, attribuendo al Capo del Governo, responsabile solo di fronte al Re, la nomina e revoca dei ministri, nel 1926 il Re autorizzò la nascita del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che sottraeva alla magistratura ordinaria tutti i reati politici, e la formazione della polizia politica segreta (OVRA). Venne istituito il confino di polizia per gli oppositori. I successivi rapporti con il Duce furono caratterizzati da burrascose scenate private, nelle quali il Re difendeva le proprie prerogative, preoccupato di salvaguardare una legalità formale e rigorosi silenzi pubblici.

Al termine della vittoriosa guerra d'Etiopia le truppe italiane entrarono in Addis Abeba il 5 maggio 1936 e il 9 successivo Vittorio Emanuele III assunse il titolo imperiale. L'Impero etiope insieme alle altre colonie italiane (Eritrea e Somalia) furono unite nell'Africa Orientale Italiana. La conquista dell'Etiopia e del titolo imperiale furono progressivamente riconosciuti dalla maggior parte dei membri della comunità internazionale, tra cui l'Inghilterra e la Francia, con l'eccezione di Stati Uniti e Russia, nonostante l'imperatore etiopico in esilio Hailé Selassié avesse denunciato presso la Società delle Nazioni le gravi violazioni della Convenzione di Ginevra perpetrate dalle truppe italiane (luglio 1936).
Nel 1938, all'apice del consenso popolare del regime, che aveva ottenuto la firma del Manifesto della razza da parte di grandi esponenti della cultura italiana tra cui il futuro padre costituente Amintore Fanfani, il Re firmò le leggi razziali del governo fascista, che introdussero discriminazioni nei confronti degli Ebrei. Di formazione liberale, Vittorio Emanuele avversò, sia pur non pubblicamente, queste disposizioni che cancellavano uno dei più notevoli apporti di Casa Savoia al Risorgimento Italiano, il principio di non discriminazione e di parità di trattamento dei sudditi indipendentemente dal culto professato stabilito nel 1848. In effetti, l'attuazione delle leggi razziali fu alla base di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra la Corona e il Duce, sempre più stanco degli ostacoli frapposti dalla prima (rimasta l'unico serio freno-opposizione insieme alla Chiesa cattolica) e intenzionato a cogliere il momento opportuno per instaurare un regime repubblicano.
Nell'aprile del 1939 venne conquistata l'Albania, della quale Vittorio Emanuele III, pur scettico sull'opportunità dell'impresa, fu proclamato re.

A seguito dell'avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, simboleggiato dalla nascita dell'Asse Roma-Berlino dell'ottobre 1936 e della firma del Patto d'Acciaio del 22 maggio 1939, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, schierandosi a fianco dei tedeschi nella seconda guerra mondiale. Il Re aveva inizialmente espresso il proprio parere contrario alla guerra sia perché conscio dell'impreparazione militare italiana, sia perché da sempre filo-britannico e avverso alle politiche della Germania nazista. Nei mesi precedenti, Vittorio Emanuele III, tramite il ministro della Real Casa Acquarone, aveva messo in atto un tentativo di rovesciare Mussolini, la legalità formale sarebbe stata salvaguardata ottenendo un voto di sfiducia dal Gran consiglio del fascismo e Ciano, che rifiutò, sarebbe stato chiamato a guidare il nuovo governo. Lo schema sarebbe stato ripreso tre anni dopo a guerra ormai persa.
Dopo qualche effimero successo in Egitto e nell'Africa orientale, i disastri che sopravvennero fra l'autunno 1940 e la primavera 1941 (fallito attacco alla Grecia, sconfitte navali di Taranto e Capo Matapan, perdita di gran parte dei territori italiani in Libia, perdita totale dei possedimenti in Africa orientale) rivelarono la debolezza delle forze italiane, che dovettero essere tratte d'impaccio dall'alleato tedesco sia nei Balcani (primavera 1941) che in Africa settentrionale.
Vittorio Emanuele, sfuggito ad un attentato durante una visita in Albania nel 1941, osservò con sempre maggior preoccupazione l'evolversi della situazione militare ed il progressivo asservimento delle forze italiane agli interessi tedeschi, cui egli era inviso. La sconfitta nella seconda battaglia di El Alamein del 4 novembre 1942 portò nel giro di pochi mesi all'abbandono totale dell'Africa e poi all'invasione alleata della Sicilia (Sbarco in Sicilia, iniziata il 9 luglio 1943) e all'inizio di sistematici bombardamenti alleati sulle città italiane.

Queste nuove sconfitte spinsero il Gran consiglio del fascismo a votare contro il supporto alla politica di Mussolini (25 luglio 1943). Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele dimissionò Mussolini, che, posto sotto custodia, riconobbe la sua lealtà al Re e al nuovo governo Badoglio. Già da giugno Vittorio Emanuele aveva intensificato i suoi contatti con esponenti dell'antifascismo, direttamente o mediante il ministro della Real Casa d'Acquarone. Il 22 luglio, all'indomani del vertice di Feltre tra Mussolini e Hitler e dopo il primo bombardamento di Roma, il sovrano aveva discusso con Mussolini della necessità di uscire dal conflitto lasciando soli i tedeschi e dell'evenienza di un avvicendamento alla presidenza del Consiglio.
Il nuovo Governo Badoglio ereditò il gravoso compito di elaborare una strategia di uscita dal conflitto e di garantire l'ordine pubblico all'interno del Paese. Le condizioni interne non rendevano realmente possibile la continuazione della guerra a fianco dell'alleato tedesco: urgeva quindi siglare un armistizio con le potenze alleate ed evitare che l'esercito tedesco, che a seguito degli accordi presi con il precedente Governo stava rafforzando la sua presenza nella Penisola, riversasse la sua potenza contro le truppe e la popolazione italiana. Il Governo annunciò quindi la continuazione della guerra, ma intavolò negoziati con gli Alleati.

Il 3 settembre fu firmato a Cassibile l'armistizio con gli Alleati, che lo resero noto l'8 settembre contrariamente a quanto calcolato dal Governo Badoglio.
In effetti, l'annuncio dell'armistizio l'8 settembre colse di sorpresa il Re che aveva convocato al Quirinale Pietro Badoglio, il ministro Guariglia, i generali Ambrosio, Roatta, Carboni, Sandalli e Zanussi, l'ammiraglio De Courten, il maggiore Marchesi, il duca Acquarone e Puntoni, aiutante di campo del Re. Alla riunione Carboni e De Courten proposero di sconfessare l'armistizio e conseguentemente l'operato di Badoglio e di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La proposta, appoggiata inizialmente dalla maggioranza dei convenuti, dopo essere stata definita irrealistica da Marchesi, venne respinta da Vittorio Emanuele e Badoglio comunicò l'armistizio ormai reso pubblico dagli Alleati.
L'esercito, lasciato senza un chiaro piano d'azione in risposta ad un'offensiva dell'ex alleato tedesco, si trovò disorientato ad affrontare i colpi delle numerose unità tedesche che erano state inviate in Italia all'indomani della caduta di Mussolini. In effetti, Badoglio, che riteneva che ai tedeschi, come avrebbe voluto Rommel, sarebbe convenuto ritirarsi dall'Italia, comunicò che le truppe italiane non dovessero prendere l'iniziativa di attacchi contro l'ex alleato, ma limitarsi a rispondere.
La notte tra l'8 e il 9 settembre il Re, dopo un'iniziale esitazione e convinto da Badoglio della necessità che non cadesse nelle mani tedesche, fuggì da Roma alla volta di Brindisi, città libera dal controllo tedesco e non occupata dagli anglo-americani, arrivando in mattinata del 9 settembre nel borgo abruzzese di Crecchio (CH) a pochi chilometri da Ortona, ospite al Castello ducale De Riseis della famiglia di Bovino. Lo Stato Maggiore invece ripiegò a Chieti, a una trentina di chilometri distante da Crecchio, presso il Palazzo Mezzanotte. Trascorsa una giornata al castello, godendo di tutti i favori disponibili alla sua persona, Vittorio Emanuele proseguì la fuga imbarcandosi ad Ortona sulla Corvetta "Baionetta". Alla difesa di Roma, dichiarata città aperta, il Re lasciò il genero, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, comandante del Corpo d'armata della città. Tuttavia, il maresciallo Badoglio, che probabilmente credeva ancora di poter raggiungere un qualche accordo con la Germania, non diede l'ordine di applicare il piano militare ("Memoria 44") elaborato dall'Alto comando per affrontare un eventuale cambio di fronte. Seguirono dure rappresaglie tedesche contro l'esercito italiano, la più nota è l'eccidio di Cefalonia. Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini, nel corso di una operazione militare e politica dai risvolti controversi. Mussolini il 25 settembre successivo proclamò la nascita della Repubblica Sociale Italiana a Salò, dividendo anche di fatto in due parti l'Italia. Questa situazione terminò il 25 aprile 1945, quando un'offensiva alleata e del ricostituito Regio Esercito insieme all'insurrezione generale proclamata dal CLN portarono le truppe dell'Asse alla resa.

La fuga del Re e dei ministri militari a Brindisi lasciò la Capitale indifesa nelle mani dei tedeschi e migliaia di soldati dislocati su immensi fronti di guerra furono lasciati senza ordini al completo sbando.
Secondo alcuni tuttavia la fuga permise la continuità formale dello stato soprattutto agli occhi degli Alleati.
In questo modo gli Alleati vedevano garantita la validità dell'armistizio mentre la presenza di un governo legittimo evitava all'Italia l'instaurazione di un duro regime di occupazione, almeno nelle zone meridionali. A Brindisi venne fissata la sede del governo: assicuratosi il riconoscimento anglo-americano, Vittorio Emanuele dichiarò formalmente guerra al Terzo Reich il 13 ottobre e gli Alleati accordarono all'Italia lo status di «nazione cobelligerante».
Nel frattempo si procedette alla riorganizzazione dell'esercito: il Re dovette affrontare la fronda dei ricostituiti partiti politici, allora ancora dei comitati di notabili, in particolare di quelli riuniti nel CLN di Roma presieduto da Bonomi. Anche da parte di notabili rimasti leali alla Corona, tra cui Benedetto Croce in un acceso discorso al Congresso di Bari, furono sollevate richieste di abdicazione del sovrano.
Ma Vittorio Emanuele non cedette neppure dinanzi alle forti pressioni esercitate dagli angloamericani, intendendo così difendere il principio monarchico e dinastico che lui stesso rappresentava e, al contempo, tentando di riaffermare almeno formalmente l'indipendenza dello Stato dalle ingerenze esterne, sebbene vada notato che diverse clausole del cosiddetto "armistizio lungo", di carattere essenzialmente politico, facevano gravare una pesantissima ipoteca sull'indipendenza dello Stato al cospetto delle Nazioni Unite che lo avevano costretto ad una resa senza condizioni.
Il 12 aprile 1944 un radiomessaggio diffondeva infine la decisione del Sovrano di nominare il rampollo Umberto luogotenente a liberazione della Capitale avvenuta. La soluzione della Luogotenenza, istituto cui già Casa Savoia era ricorsa più volte in passato, venne caldeggiata dal monarchico Enrico De Nicola in un suo incontro con il Capo dello Stato. Il 5 giugno 1944 affidò al sopracitato Umberto la Luogotenenza del Regno, senza però abdicare.
All'inizio del 1944, Benedetto Croce affermò: "Fin tanto che rimane a capo dello Stato la persona del presente re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato addosso, che continua a corroderci ed infiacchirci, che riemergerà più o meno camuffato". Nel 1945, Arturo Toscanini dichiarò a Time "Sono fiero di tornare quale cittadino della libera Italia, ma non quale suddito del re degenerato e del principe di casa Savoia."

Vittorio Emanuele, in un estremo ma tardivo tentativo di salvare la monarchia, abdicò a Napoli in favore del figlio Umberto II di Savoia il 9 maggio 1946, circa un mese prima del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. L'autenticazione della firma del re, anziché dal Presidente del Consiglio, fu fatta da un notaio (Nicola Angrisano del collegio notarile di Napoli).
Morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d'Egitto dove, con il titolo di «Conte di Pollenzo», si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria, si spense quindi il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che con la XIII disposizione finale avrebbe visto lo Stato avocare a sé i beni in Italia degli ex re di Casa Savoia e delle loro consorti. La morte di Vittorio Emanuele III in una casetta della campagna egiziana fu dovuta - come accertarono i medici - ad una congestione polmonare degenerata in trombosi. L'ex-sovrano ne soffriva ormai da 5 giorni allorché, il 28, giunse la morte. Egli spirò alle 14.20, dopo essersi sentito male un'ultima volta alle 4.30 del mattino (egli era sempre stato mattiniero).
Le ultime parole dell'ex-sovrano furono: "Quanto durerà ancora? Avrei delle cose importanti da sbrigare", frase che egli rivolse al medico accorso al suo capezzale dopo il sopraggiungere di una paralisi, qualche giorno prima, e precisamente il 23, Vittorio Emanuele III aveva invece detto: "Viviamo proprio in un bel porco mondo", tali parole furono rivolte al proprio aiutante di campo, il colonnello Torella di Romagnano e si riferivano al fatto che Vittorio Emanuele aveva notato che nella corrispondenza giunta dall'Italia per le festività natalizie brillavano per la loro assenza alcune missive di personalità da cui, evidentemente, si aspettava gli omaggi.
La scomparsa dell'ex-Re limitò ogni avocazione al solo Umberto II. Il re d'Egitto Faruq dispose che il defunto avesse funerali a carattere militare (col feretro cioè disposto su un affusto di cannone e scortato da un'adeguata rappresentanza delle forze armate egiziane), la salma di Vittorio Emanuele III - salutata all'epoca delle esequie da 101 colpi di cannone - oggi riposa nella Cattedrale di Alessandria d'Egitto. D'altronde per desiderio dell'estinto sulla bara non furono deposti fiori: infatti, a chi volle onorarne la pur discussa memoria, venne consigliato di seguire il suggerimento della Regina Elena, ovvero di beneficare con adeguate somme la comunità italiana in Alessandria d'Egitto.
Secondo lo storico americano del fascismo Peter Tompkins Vittorio Emanuele III sarebbe stato un “massone segreto della loggia di Piazza del Gesù”.

Umberto I, conte di Savoia, circa 980-1047
Oddone, conte di Savoia, 1023-1057
Amedeo II, conte di Savoia, 1046-1080
Umberto II, conte di Savoia, 1065-1103
Amedeo III, conte di Savoia, 1087-1148
Umberto III, conte di Savoia, 1136-1189
Tommaso I, conte di Savoia, 1177-1233
Tommaso II, conte di Savoia, 1199-1259
Amedeo V, conte di Savoia, 1249-1323
Aimone, conte di Savoia, 1291-1343
Amedeo VI, conte di Savoia, 1334-1383
Amedeo VII, conte di Savoia, 1360-1391
Amedeo VIII (Antipapa Felice V), duca di Savoia, 1383-1451
Ludovico, duca di Savoia, 1413-1465
Filippo II, duca di Savoia, 1443-1497
Carlo II, duca di Savoia, 1486-1553
Emanuele Filiberto, duca di Savoia, 1528-1580
Carlo Emanuele I, duca di Savoia, 1562-1630
Tommaso Francesco, principe di Carignano, 1596-1656
Emanuele Filiberto, principe di Carignano, 1628-1709
Vittorio Amedeo I, principe di Carignano, 1690-1741
Luigi Vittorio, principe di Carignano, 1721-1778
Vittorio Amedeo II, principe di Carignano, 1743-1780
Carlo Emanuele, principe di Carignano, 1770-1800
Carlo Alberto, re di Sardegna, 1798-1849
Vittorio Emanuele II, re d'Italia, 1820-1878
Umberto I, re d'Italia, 1844-1900
Vittorio Emanuele III, re d'Italia, 1869-1947

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

  Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)   Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946) Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e [...]

Vittorio Emanuele III di Savoia

Vittorio Emanuele III di Savoia

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946) Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque [...]

EVENTI: Vittorio Emanuele III d'Italia

Il 29 settembre 1911 iniziò lo sbarco italiano in Libia, annessa, secondo decreto regio, il 5 novembre, senza considerare la grande debolezza dell'occupazione, che risentiva di un esercito ancora arretrato e la resistenza attiva dei capi tribali delle aree interne.

Nel 1901 venne emessa la prima serie di francobolli, che inaugurò le lunghe emissioni filateliche del suo Regno, tale serie, detta "Serie Floreale 1901", portava intrinsecamente la novità di usare il nuovo stile detto Liberty, che negli anni a venire fu appunto italianizzato in "Floreale".

Nel 1900 acquistò dagli eredi la collezione Marignoli composta da circa 35.

Il 14 marzo 1912 il muratore romano Antonio D'Alba, anarchico, sparò uno o due colpi di pistola contro di lui, mancandolo.

Nel 1938, all'apice del consenso popolare del regime, che aveva ottenuto la firma del Manifesto della razza da parte di grandi esponenti della cultura italiana tra cui il futuro padre costituente Amintore Fanfani, il Re firmò le leggi razziali del governo fascista, che introdussero discriminazioni nei confronti degli Ebrei.

Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini, nel corso di una operazione militare e politica dai risvolti controversi.

Il 12 aprile 1944 un radiomessaggio diffondeva infine la decisione del Sovrano di nominare il rampollo Umberto luogotenente a liberazione della Capitale avvenuta.

Il 5 giugno 1944 affidò al sopracitato Umberto la Luogotenenza del Regno, senza però abdicare.

Nel 1945, Arturo Toscanini dichiarò a Time "Sono fiero di tornare quale cittadino della libera Italia, ma non quale suddito del re degenerato e del principe di casa Savoia.

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946) Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque [...]

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