"La grande bellezza". Renzi. Voltaire, pizie e sibille.

Post 713   La grande bellezza.
  Ho finalmente visto La grande bellezza.
Sono solito lasciare che si plachino i clamori e il chiasso pubblicitario che accompagnano  certi libri e certi film prima di leggerli o di vederli per potermi accostare ad essi con mente sgombra da pre-giudizi.
E di clamore attorno al film di Sorrentino non può dirsi non se  ne sia fatto e continui, dopo l’Oscar, a farsene.
Logica dunque vorrebbe ch’io ancora tacessi ma, richiesto da più parti, rompo il silenzio, dopo aver visto il film al Farnese di Campo dei Fiori (così prendendo due piccioni con una fava, avendo avuto l’opportunità di salutare  un Lui, che quest’anno nel Suo giorno ho tradito per Nola, sempre più corrucciato ed irato contro la “canaglia” sabatina di mercatanti e turisti e bacchettanti stipanti la piazza) ed emetto il sibillino giudizio.
Sì, perché il film (ibis redibis non morieris in bello!) mi appare bello e brutto insieme, bello nel brutto e brutto nel bello: bello mi appare in quel che non piace ai pochi, brutto in quel che piace ai più.
Trovo lentezza e ripetitività, citazioni e rimandi, pallosità insomma (tutte cose denunciate dagli intellettuali in, dai radical chic, dai salottieri – forse risentiti perché i più colpiti dalla accusa di fatuità e vacuità- e dai ‘grossi’,  paradossalmente in ciò concordanti) necessari alla struttura stessa del film e assolutamente non scandalosi, se è vero che nulla si dice e si fa che non sia stato già detto e fatto, e che tutto dipende dal  come lo si ridice e rifà  (e mi pare che Sorrentino lo ridica e rifaccia con sufficiente originalità).
Non mi è piaciuto invece il lodatissimo Servillo (e non dico di Verdone, assolutamente risibile in ruoli non suoi, quelli che non appartengono alla sua, oltretutto ormai obsoleta, comicità) che ho trovato rozzo nella recitazione e nella dizione, non libera da cadenze dialettali (tende a pronunciare, ad esempio, horribile auditu, la d per t -tonto per tondo, monto per mondo ecc, che è tra le cose che più urtano un orecchio fine-) assolutamente non allineato con la tradizionale signorilità e raffinatezza (si pensi al giovane D’Annunzio) dei cronisti mondani romani.
Certo, la filosofia del film è quella che è.
Non si può pretendere da  Sorrentino che comprenda che la battuta finale riassumente il senso del film (“Cercavo la grande bellezza, non l’ho trovata”) è una insensatezza.
Poiché la bellezza (come tutto, l’uomo il mondo Dio) non è  ma si fa, bellezza di Roma compresa.
    * Non mi [...]

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