In Memoria

Mau mi telefona e mi fa a bruciapelo: "E' morto Bruno, siamo stati invitati al funerale".
Un attimo e le nebbie della memoria si diradano (forse nel mio caso è più giusto parlare di "fumi nella memoria").
Bruno è stato il mio maestro di tennis, negli anni delle medie e del liceo...
Ero un giocatore abbastanza bravo, lo sport mi piaceva e mi dava l'occasione di tenermi allenato.
Purtroppo con l'università non ho più potuto fare tennis, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perchè non ho trovato nessuno che giocasse con me.
Insomma, anno dopo anno il decadimento fisico ha la meglio...
Bruno è morto "stroncato da un infarto" (le frasi fatte ti soccorrono nei momenti drammatici) proprio lì nel campo di terra rossa dove giocavamo, è stata la figlia a trovarlo dopo chissà quanto tempo.
Bruno era un uomo biondo, con una folta barba, magro come un chiodo, così magro che ti meravigliavi ogni volta di non vederlo cadere a terra osso dopo osso dopo averti tirato un servizio di quelli che ti bucano la racchetta se va bene, le palle se va male.
E non sto parlando delle palle da tennis.
La cosa più notevole di lui era la sua altezza, che unita alla sua magrezza, ai suoi occhi azzurri e alla sua barba biondastra davano l'impressione di trovarsi, più che su un campo rosso da tennis, in mezzo ai verdi prati di Stonehenge nel corso di una riunione druidica.
Bruno è stato quello che mi ha insegnato l'etica dello sport.
E' successo l'ultima volta che ho giocato con lui, in qualche modo sapevo che era l'ultima volta.
Gli ho detto: "Bruno, invece delle solite cose oggi mi piacerebbe fare una partita vera con te" "Va bene, iniziamo: non avrò pietà." Ci siamo squadrati a lungo prima di incominciare, lui come maestro sapeva tutti i miei punti deboli e i miei punti di forza.
Sapeva che quando facevo il servizio il primo lo tiravo sempre al massimo della forza, e il 90% dei casi andava miseramente fuori.
Sapeva che il secondo servizio lo tiravo sempre in un punto, nell'angolo più lontano dalla rete, per essere sicuro di farlo valido.
Sapeva che non mollavo mai, neanche le palle che erano irrimediabilmente perse.E che qualche volta ciò riapriva la partita: mai distrarsi con me.
Sapeva che non avendo la tattica cercavo di fare un gioco veloce e serrato, di corsa.
Io di lui sapevo che il suo aspetto dimesso nascondeva un giocatore capace di punirti amaramente se tiravi una palla troppo piano e troppo vicino alla sua racchetta.
Molto raramente sbagliava: la palla andava dove lui voleva che andasse, era un maestro di tennis che sapeva fare il [...]

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