«Possiamo farcela, ecco la svolta Fiat. Investiamo in Italia, poi fusione Chrysler». Passera critica Fiat sugli operai di Pomigliano: «Bene la conferma degli impianti in Italia»

Intervista, L'amministratore delegato del Lingotto.
Marchionne: credo nel Paese, ora uno sforzo di tutti Sfideremo i marchi tedeschi con Alfa e Maserati.
Il ministro dello sviluppo economico, corrado passera, parla a sky tg24.
Sui 19 in mobilità: «Non entro nel merito di decisioni aziendali ma non mi è piaciuta la mossa che è stata fatta».TORINO - «Ha visto come ha reagito la Borsa? Totalmente prevedibile».
Perché non chiude in Italia? «Ovviamente».
Dopodiché Sergio Marchionne smette di guardare le quotazioni.
Amen, se gli analisti «non condividono la strada che abbiamo scelto».
Lui, alla fine, sul Paese ha deciso di puntare.
Le tre sacche da viaggio sono lì, in un angolo dell'ufficio: sempre pronte, messe in fila una dietro l'altra.
Le ore di volo fanno 40 giorni all'anno, e tra poco riparte di nuovo per Detroit.
Ma intanto il messaggio è questo: «Ci credo.
Credo nell'Italia, quella di Mario Monti, quella che vuole cambiare».
Dunque: «Prima investo qui per andare a fare concorrenza ai tedeschi».
Solo dopo manderà avanti la completa fusione Fiat-Chrysler: «Diciamo 2014-2015.
Tutto insieme non lo posso fare».Promette: pieno rilancio di tutti e cinque gli stabilimenti italiani, riassorbimento completo dei 23 mila dipendenti.
L'aveva già fatto.
Poi, con la crisi in Europa, sono arrivati i dubbi.
Perché adesso gli scettici le dovrebbero credere? «Perché bugie non ne ho mai dette.
Ho guardato il mercato, l'ho affrontato resistendo alle critiche ma senza fare macelleria sociale.
Adesso, dico che nonostante tutto le condizioni ci sono.
È vero, questo è un Paese complicato.
Molto complicato.
Martedì ero al consiglio d'amministrazione.
C'era la Fiom, fuori, che fischiava.
Noi, dentro, prendevamo decisioni di grande coraggio.
Se la Fiat avesse scelto di andarsene, l'impatto sociale forse si sarebbe potuto gestire, quello sull'immagine dell'Italia a livello internazionale no.
Il più grande gruppo industriale del Paese che lascia? Sarebbe stato devastante».Eppure lei per primo lo ha ammesso: era un'opzione.
E non è che, nel frattempo, le condizioni strutturali del Paese siano così cambiate.
Fosse andato in Polonia, o in Brasile, alla Fiat sarebbe costato meno.
«Vero, e perciò la Borsa ha reagito come ha reagito.
Vero pure che Monti era riuscito a calmare le acque ma ora siamo di nuovo in attesa di atterraggio: un periodo indefinito, scandito dal clima elettorale.
Vero, infine, che il mercato europeo dell'auto sta raschiando il fondo del barile e per altri due anni continueremo a vederlo da lì, dal [...]

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