3 - A CASA

Salii le scale tre gradini alla volta.
Non avevo mai preso in considerazione il tempo che serviva per arrivare a casa.
Erano tre piani di scale vecchie e consumate di pietra bianca, che avrebbero messo a dura prova anche un mezzofondista.
Abitavo al terzo piano di un palazzo del centro, che con molta probabilità vide entrambe le guerre e che alla prima occhiata non aveva niente d’armonioso.
Un portone di legno si apriva su un atrio scuro e dall’odore sgradevole.
Sulla destra s’intravedevano una decina di bici ammassate sul muro e una quantità imprecisata di vasi, dai quali sbucavano tronchi fossilizzati di piante preistoriche, che qualcuno aveva dimenticato di annaffiare.
C’erano due appartamenti per piano, ma non mi ero mai preoccupata di sapere chi ci abitava… credo di essere sempre stata una persona poco socievole, o meglio, poco incline alla vita di condominio.
Non ho mai avuto la necessità di interessarmi ai fatti altrui; e siccome i vicini di casa sono quelli che sanno cosa ti capita ancora prima che ti succeda, come fossero dotati di una specie di “dono delle premonizioni”, decisi sin dal primo giorno di estraniarmi, ancor prima di dar loro modo di interessarsi a me.
Arrivata davanti alla mia porta, iniziai a cercare le chiavi dentro quella specie di labirinto cosmico che mi trovavo al posto della borsetta.
Finalmente ero a casa.
Lola mi corse in contro miagolando e strofinandosi sulle mie gambe “Lola… Lolita! Mi attacchi tutti i peli sui pantaloni! Basta! Scommetto che hai fame.
Vero? Dai vieni che ti do da mangiare”, mentre aprivo una delle rivoltanti scatolette che avevo nella dispensa mi guardarmi intorno.
Tutto mi sembrava più bello.

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