564 - La fede e la polis? (17.04.2016)

Il pensiero della settimana, n.
564  La fede e la polis[1]  Partiamo da  una frase pronunciata dall'uomo politico inglese John Bright (1811-1889).
Esponente della corrente radical-liberale, Bright era un quacchero.
Nella sua lunghissima carriera parlamentare estesa dal 1843 al 1889, fu oratore molto efficace, difese il libero commercio, le riforme elettorali, la libertà religiosa.
Fu la sola voce a opporsi all'intervento britannico nella guerra di Crimea e contribuì non poco a scongiurare la partecipazione inglese affianco agli Stati del sud nella guerra civile americana.
Bright  aderiva ai principi del pacifismo quacchero e si oppose durante tutta la vita alle guerre dell'Inghilterra, lo fece però non in base alle proprie convinzioni religiose, bensì facendo leva su principi condivisi anche da coloro a cui si stava rivolgendo.
 Non leggerò il Sermone sul monte a uomini che non ne riconoscono l'autorità, né insisterò nel leggere il Nuovo Testamento a uomini che lo interpretano in modo diverso.
Non chiederò, ai membri di una Chiesa che autorizza l'uso della armi, di prendere parte a un movimento che è fondato su ciò che si suol chiamare «astratto pacifismo cristiano».
Ma voglio dibattere la questione in base a principi ammessi dai nostri oppositori, principi riconosciuti non solo dai cristiani professanti ma dai maomettani, pagani e dall'intera umanità.
Ecco il mio argomento: la guerra è, probabilmente, la maggiore di tutte le calamità umane[2].
Bright, perciò, da un lato aderisce a una visione di fede che comporta una radicale scelta nonviolenta, mentre dall'altro prende parte a un dibattito che ha luogo in un contesto già allora religiosamente pluralista (de facto in ambito intracristiano, ma teoricamente, secondo le sue stesse parole, anche interreligioso).
Il linguaggio da adottare quindi deve essere comune.
Ciò implica alcune precondizioni frutto a loro volta di una serie di sviluppi storici; la prima tra esse sta nella separazione tra l'appartenenza alla società e l'adesione a una determinata Chiesa.
Questo presupposto indispensabile rilancia a sua volta il problema di individuare su quali principi si fondi l'auspicato linguaggio comune.
Nel corso dell'età moderna il terreno principe  è stato quello della legge naturale.
Nel Novecento, dopo l'ecatombe di due guerre mondiali, si è di nuovo avvertita in modo impellente l'istanza di trovare un linguaggio condiviso anche se risulta arduo individuarne il fondamento.
La difficoltà è divenuta ancora più evidente a motivo della successiva [...]

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