A NOVE ANNI SI UCCIDE NELLA SUA CAMERETTA: ERA VITTIMA DEI BULLI A SCUOLA

Un supplizio continuo, una persecuzione quotidiana che si perpetrava ogni volta che Jackson Grubb, 9 anni, entrava nella sua scuola, la Sophia Soak Creek di Raleigh, in Virginia.
Ogni giorno, quando il piccolo muoveva i suoi passi tra i corridoi e i banchi, ad attenderlo c'erano loro, i bulli, bambini come lui pronti a prenderlo in giro, schernirlo, tormentarlo a tal punto da cambiare il suo animo e a fargli pensare che ci fosse un'unica via d'uscita: uccidersi nella solitudine della sua stanza.
    Jackson era un bambino particolare: parlava poco e osservava tanto.
I parenti erano abituati ai suoi silenzi, ma ultimamente avevano notato un cambiamento nel suo comportamento.
«Ho trascorso pomeriggi interi a cercare di farlo parlare, ma lui non era un chiacchierone – ha detto Betsy Baber, la nonna che aveva la sua custodia - Si teneva tutto dentro e non sono riuscita a capire cosa fosse successo nelle ultime due settimane.
In tante occasioni Jackson era riuscito a respingere i bulli con l'umorismo e talvolta con l'uso della forza, ma ultimamente aveva perso la voglia di lottare.
Si sentiva solo e io gli avevo costruito una casetta in cortile dove ospitare gli amici, ma non ha fatto in tempo a utilizzarla».
Sabato pomeriggio la tragica scoperta: la sorella di Jack aveva catturato una rana ed era andata in camera del fratello per risollevargli il morale.
Tuttavia quando è entrata in stanza, il suo corpo senza vita penzolava da una trave del soffitto.
Si era ucciso, pensando che solo quel gesto estremo potesse liberarlo dai suoi piccoli aguzzini.

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