A QUALCUNO (NON) PIACE (IL) CAL...CIO 4

Cap 4 (dove comincia qualche ripetizione dovuta a vari cambiamenti).
Tutto quello che volevo fare, nella vita, era suonare la mia tromba, vivere della mia musica.
Ma a modo mio, quando ne avevo voglia e con chi mi andava.
Io e la mia tromba e nient’altro.
Come Miles Davis, il mio idolo, il più grande di tutti.
Purtroppo per me però io sono solo Stefano Biondi.
Gli amici, quando ancora ne avevo, mi chiamavano Cet, come Chet Baker, un altro grande trombettista, che per il suo aspetto era considerato il James Dean del jazz.
Il soprannome risale a quando il mio amico Ale si era messo in testa di farmi da manager e gli era venuta l’idea di lanciarmi come il Chet Baker italiano.
Devo dire che, non so come, funzionò.
La suggestione della musica, la penombra, un sapiente gioco di luci, qualche donna che cominciò a sospirare e il gioco era fatto.
Da allora, per tutti, anche se non suono più, sono Cet.
Come tutto questo mi abbia condotto alla situazione attuale è una storia lunga e difficile da credere.
Così incredibile che, in questo momento, anche la portinaia del palazzo dove abito, che come tutte le portinaie del mondo non si fa sfuggire nulla, anche lei dicevo, sbirciando dalla finestra, si starà chiedendo cosa c’entra la mia tromba con quella folla di brutti ceffi assatanati, una ventina di uomini della CIA, una dozzina di sicari della ‘ndrangheta, un paio di robot e agenti di tutti i corpi di sicurezza dello Stato.
Anche a lei sta sulle palle la mia tromba, ma lo spiegamento di forze deve sembrarle un tantino esagerato.
E anche a voi che ancora non mi conoscete deve sembrare un po’ strano.
La prenderò da lontano e vi dirò che è tutta colpa del talento, di quello che uno ha e, soprattutto, di quello che uno non ha.
Il mio problema era che suonavo bene, ma non abbastanza da farmi perdonare la mia incostanza.
Diciamo che il mio genio non era tale da farmi perdonare la mia sregolatezza.
E nella mia situazione hai due strade: o continuare a credere in te e in quello che fai e rischiare di affogare o non provarci proprio e rientrare nei ranghi.
Ero consapevole dei miei limiti, ma il problema era che il resto, al di fuori della mia tromba intendo, la cosiddetta normalità, era per me come un giornale stinto dalla pioggia: incomprensibile e inutile.
Perché il talento va dove vuole.
Come tutti sanno, il talento è un dono, ma è anche un castigo, una maledizione, perché da solo non basta, a meno di non averne tanto, tanto da far male.
A meno, cioè, di non essere come Miles che se ne fotteva del resto, se ne [...]

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