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RIFLESSIONE: RILEVANZA DEL SIMBOLICO OGGI (19/06/09) SI SEGNALANO NUOVI FOCALAI DI LEBBRA.
L'ULTIMO NELLA LIBIA ORIENTALE IN UN VILLAGGIO A 30 CHILOMETRI DA TOBRUK, VICINO AL CONFINE CON L'EGITTO.
RIFLESSIONE PSICO-SOCIALE (un po' difficile....
che interesserà esclusivamente i miei 25 lettori!) Ogni epoca finisce per selezionare uno specifico male su cui scaricare le proprie paure e le proprie nevrosi sociali.
In buona  sostanza, attraverso la «malattia del tempo» - sia essa la tisi ottocentesca, o il cancro del Novecento maturo o, potremmo aggiungere, l'AIDS di fine secolo - è possibile leggere, sintetizzate e sotto forma, appunto, di metafora, le inquietudini collettive e, in ultima analisi, tentare una diagnosi dell'intera società.
Se questo è vero, possiamo dire che un nuovo male va insinuandosi, guardingo e infido, tra le pieghe del nostro immaginario collettivo.
Un male antico come il mondo, che fin dai tempi dell'Antico Testamento aveva sanzionato la condanna all'emarginazione e all'esclusione.
Il più «escludente» di tutti i mali metaforizzati dall'umanità, tanto da giustificare la cacciata dei malcapitati che ne fossero colpiti, nel deserto e tra le rovine: la LEBBRA, LA MORTE NERA.  È questa, per certi versi, la malattia metaforizzata delle società multietniche.
O meglio, delle società che come la nostra stanno compiendo il faticoso percorso verso una vera multiculturalità.
È la LEBBRA, con il suo non dichiarato messaggio di malattia «straniera», che viene dal di fuori, portata da uomini in qualche modo «antichi» perchè provenienti da società «arretrate», ferme nel tempo, estranee.
La LEBBRA, malattia esotica, forse «africana», comunque «pre-civile», causa di devastazione dell'immagine, di squamazione del corpo, di sfaldamento della carne così come, nello straniero, si finisce per vedere il veicolo di sfaldamento del corpo sociale, di disordine e di insicurezza.
Si spiega così la larvata inquietudine che ha spinto di recente alcuni sindaci a richiedere speciali certificati sanitari ai figli degli immigrati.
E il tam tam dell'allarme sotterraneo che la mai sopita xenofobia alimenta.
Così che lebbroso appare, alla fine, il nostro immaginario malato.
E la nostra mal consolidata «civiltà».
 

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