Abbattute le barriere dell’io, comincia la festa miserabile delle anime perse di Rino Marino

di Giusy Arimatea
È nel solco della drammaturgia della disfatta e dell’atemporalità, nel quadro rarefatto e illogico entro cui si mescolano nostalgia, rassegnazione e illusione, che “La malafesta” dispiega l’azione dell’anima sulla scena del Clan Off di via Trento. Nell’immobilità della vita e nella condanna di tutti a viverla, si compie così il viaggio interiore, fortuito e senza meta di due poveri cristi cui la disgrazia ha apparecchiato il destino.
Lo spazio è mentale. Ed è abitato da presenze astratte. Per loro non v’è via di fuga. Lì la scrittura di Rino Marino, potente com’è potente il dialetto che di atavica saggezza la ammanta, dà voce a quelle presenze, imbastendo per loro una trama comunicativa che, abbattute gradualmente le barriere dell’io, le accomuni. Le maiuscole abilità tecniche dello stesso Marino e di Fabrizio Ferracane, unici sulla scena, restituiscono loro la propria autenticità di persone, quella intimità che si insinua tra le pieghe del proprio vissuto individual...

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