Addio al prof Umberto Eco

Il prof Eco ci ha lasciato.
La scrittura di marca italica ha perso la penna che, con Il nome della rosa, diede lustro alla cultura della penisola.
Su Eco si potrebbe parlare per ore.
Si proverà a parlare, qui, dei suoi giorni.
I giorni di Eco sono talmente tanti che non corrispondono a un calendario e non sono la somma del tempo vissuto.
Sono strisce di cose pensose, festose, inattese, tra cultura e invenzione, tra erudizione profonda e battuta azzeccata, tra diario e anticipazione (potrei anche dire “profezia”, ma temo il suo piemontese rancore verso la retorica e la celebrazione) che non puoi fare un tuo personale bilancio, per quanto ti proclami “amico di una vita”.
E’ vero, sarebbe un modo di fronteggiare il peso eccessivo di ciò che è appena accaduto (Umberto Eco è morto) e che è un controsenso, con quel tipo vita che, come certi film, non si presta al riassunto.
Potresti dire che lo conosci da tanto, ma quel tanto poi lo devi moltiplicare per tanti modi di essere, agire, capire, lavorare, pubblicare, esistere e lasciare impronte in parti del sapere e in parti del mondo e dentro culture diverse che allargano enormemente lo spazio, finché persino tu, che credi di esserci sempre stato, sei un punto fra altri che hanno partecipato o testimoniato di una vita che ha stupito molto, ha creato ammirazione e sorpresa mentre scorreva e dava l’impressione di durare sempre.

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