Amleto, prove sul palco

Piombo sul palcoscenico sulle note di un tagliente assolo di chitarra.
Sono in fondo al palcoscenico, quasi sulla scenografia e, improvvisamente, il mio sgretolarsi, e crollo a terra.
Sdraiato pancia in giù sulla chitarra, di tre quarti verso il pubblico.
Le note sono rabbiose e muoiono con me.
Alzo la testa verso gli spettatori.
Solo la testa.
“To be or not to be”.
Con lo sguardo cerco la risposta nel pubblico.
Lavorare con gli occhi.
A destra a sinistra.
Datti la risposta.
Me la do.
Mi alzo, lento, e vado verso il proscenio.
Senti la luce, la senti? Sì, sento caldo sulla faccia: sento la luce.
Non aver paura dei fari, dobbiamo abituarci ad essi, al loro abbagliarci.
E come in certi riti sciamani, o di quei medium spiritati che cambiano lingua durante il corso della seduta, con tale modalità devo passare dall’inglese all’italiano.
To die, to sleep, no more.
E con il sonno dire che poniamo fine… Grazia, da desiderare devotamente.
E qui un attimo di pausa.
Quel grazia, è l’atto sacro unito alla sua dissacrazione.
Grazia, quasi a spregio, lo sputi e ti pulisci la bocca.
“Da desiderare”, le donne della prima fila devono eccitarsi.
Devono sentirsi gli ormoni e tu ne hai, W_M, se non li hai tu che sei uno scorpione! Rilassati mentre lo dici.
Espira.
Cambiano le nostre azioni se mentre le facciamo inspiriamo o espiriamo.
Ricomponiti.
Hai il vizio di stare a gambe larghe, devo averlo ereditato dai secoli passati sul palco a fare musica, uniscile e porta le mani vicine, quasi giunte.
Quella è l’idea che devi trasmettere, le mani giunte, ma non devi unirle.
Morire.
Dormire, come se fosse una scemenza.
Abbassiamo il tono, lo stemperiamo.
Forse sognare, ah ecco il punto.
Mi piace quel tuo acquisire la consapevolezza della piccolezza umana.
Prolunghiamo il “Ah”, ma non forziamolo.
Dev’essere naturale.
Perché in sonno di morte… e vado verso il fondo del palcoscenico.
Appoggio le mani sulla scena e ne sono intrappolato, come “I Prigioni” di Michelangelo lo sono dalla roccia.
E volto la testa di tre quarti, affinché gli spettatori mi sentano.
I torti dell’oppressore, le contumelie dall’uomo arrogante.
Arrabbiato, corso verso il proscenio e mi arresto alle luci indicando il pubblico: l’insolenza del potere.
Pubblico=potere.
E il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni se lui stesso, vado verso la chitarra e la brandisco come arma contundente, potrebbe darsi quietanza con una nuda lama.
Triste, mesto, ora.
Chitarra sempre in braccio.
Chi porterebbe fardelli grugnendo e sudando sotto [...]

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