Arturo Onofri. 'Simulacra' inscatolati. Il 'populismo' di Francesco

Post 804   Arturo Onofri è uno dei miei poeti preferiti.
E non solo perché nel suo percorso formativo s’incontra in primo luogo Gabriele (come avrebbe potuto essere  diversamente se persino Montale riconosceva, con una onestà che gli fa onore, gli immensi debiti, suoi e di tutti i suoi colleghi di poesia, nei confronti del Pescarese, che la poesia  aveva svegliato e liberato “dal giaciglio dei vecchi metri”, aprendo nel contempo  vastissimi  varchi nelle vietatissime, altro che ‘mal vietate’, Alpi perché la Musa italica tornasse finalmente a respirare?) ma perché Onofri mi dilata l’anima.
Leggendolo, m’immergo nelle stesse atmosfere, avverto  gli stessi ansiti, che respiro e avverto leggendo Bruno del De l’infinito universo e mondi, e del De immenso et innumerabilibus.
Domando di lui ad amici di Soriano, la ridente cittadina alle pendici del Cimino, ove sosto per rinfrescarmi, pellegrino  dalle calure romane a quelle afose ed umide felisce.
Ma nessuno ne ha memoria.
Come non ne ha memoria Castel Madama ove mi pare i suoi affondassero le radici, secondo la testimonianza di monsignor Onofri, un prelato pontificio fine umanista che mi fu familiare in anni ormai remoti.
Troppo grande Arturo Onofri per la mediocrità di tempi in cui Die Nymphen haben die goldene Wälder verlassen, in cui  prosciugate son le vene d’Ippocrene, né alcun Pegaso v’ha che col suo zoccolo possente nel volo precipite faccia risgorgare la fonte attorno a cui danzano le muse dalle rocce riarse d’Elicona.
  * Fine luglio tra polveri di libri e di memorie antiche da imballare e forse definitivamente sotterrare  nella cantina di un palazzo e della coscienza.
Tetro è il cielo e afosa l’aria, fuori e dentro di me.
Non v’ha più spazio, nelle stanze ricolme di scatoloni attendenti il trasloco, nemmeno per sedere e leggere (cosa, d’altronde, leggere se i miei tremila cinquecento volumi stanno, sigillati, compressi, affastellati, soffocati nel ventre dei cartoni Brico? E con essi compresse sono anche le anime dei loro autori, improvvisamente piombati in un silenzio anonimo, in un sonno catalettico dal quale non so quando e se saprò risvegliarli.
E gli armadi vuoti, e le librerie orfane, già tabernacoli ove il verbo divino alloggiava, come corpi e anime eviscerate malinconicamente invocano d’esser a nuovo ricolmi.
Quam dilecta tabernacula tua, domine virtutum! Ma i tuoi tabernacoli sono stati profanati, le ostie in cui il verbo s’era incarnato (o…infarinato e annacquato, non v’ha differenza, Pan en pantì [...]

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