Attaccato al muro insieme all'ombra XIX

Lo portai dall'altra parte e raggiungemmo casa mentre cominciava a piovere.
Ci pigiammo nello stretto ascensore mentre non riuscivo a fissarlo senza provare malessere.
Comunque non gli mollavo il braccio anche se pensavo quante volte era stato bucato,  quel braccio...
Il segnale acustico ci disse che eravamo arrivati al nostro piano e Io lo accompagnai fuori, delicatamente, lasciando che le porte automatiche si richiudessero alle nostre spalle.
Restammo sul pianerottolo a lungo poiché sapevo che dietro quella porta con appeso il nostro nome stava, (dopo il corridoio a sinistra) la stanza di mia madre.
E sapevo di non volerla ferire.
Se ne stava ancora sicuramente distesa sul letto, vestita di tutto punto e con lo sguardo perso sul soffitto mentre mio padre era nella mia stanza, seduto sulla poltroncina a morsicarsi le unghie.
Girai a vuoto per parecchi minuti, poi il pensiero che passasse qualche coinquilino e ci guardasse storto mi fece decidere alla svelta.
Aprì la serratura e socchiusi la porta, in modo tale che potesse passarci a malapena una persona.
Sgattaiolai dentro e, senza un cenno, mi seguì Danilo mentre il pesante pendolo batteva le dieci e mezza nel mattino.
Guardavo la mia casa come un estraneo può sbirciare la casa di un estraneo, linda, ben tenuta e spolverata.
Al termine del corridoio la pioggia sbatteva serenamente sui vetri mentre tutta l'abitazione era immersa nella penombra.
Non si sentiva nulla, non si odorava nulla.
"Si sono ammazzati entrambi" Ricordo che pensai in quegli istanti.
Un peso mi si posò sul cuore nella constatazione che quel nido sicuro non sarebbe stato più mio; che, percorrendo una tangente impazzita qualcun altro, un diverso, era giunto a scompaginare tutto e a far saltare il bunker in aria.
Conoscevo ogni centimetro di quell'appartamento e, malgrado talvolta lo odiassi con tutto il mio cuore, non potevo fare a meno di provare una fitta feroce di rimpianto per la scomparsa in un istante di tanti ricordi anche felici e della atmosfera placida, seppur squallida, di ciò che era stato esclusivamente mio per tanti lunghi anni.
Accompagnandomi nelle scorribande verso il mondo esterno sapevo che avrei sempre trovato un luogo da cui partire e un porto a cui approdare non appena concluse le mie avventure.
Adesso non era più così.
Mi voltai a inquadrare l'oggetto del mio odio e della mia compassione: quel mezzo uomo tossicodipendente che pencolava qualche metro indietro e si guardava intorno come fosse approdato nelle sale del Vaticano.
"Andiamo" Feci bruscamente, mentre il tipico [...]

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