Azar Nafisi,Donne e blogger in Iran

www.lastampa.it/paci Donne e blogger hanno più futuro di Ahmadinejad" intervista ad Azar Nafisi Nafisi a cura di Francesca Paci La scrittrice: il mio Paese ama la libertà.
Il consenso per il regime è al minimo Le cose che Azar Nafisi ha taciuto dei suoi 18 anni nell’Iran khomeinista sono elencate nei diari che teneva quando, prima d’emigrare negli Stati Uniti, insegnava all’università Allameh Tabatabai: innamorarsi a Teheran, andare a una festa a Teheran, mangiare il gelato a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran.
Bisogni privati negati dalla politica come leggere, «Leggere Lolita a Teheran», il libro che l’ha resa celebre in tutto il mondo.
«Scrivo per tener vivo il Paese che la dittatura ha congelato», dice sprofondata nella poltrona chester di un caffè di South Kensington, il cuore opulento di Londra.
Jeans, pullover azzurro, scarpe basse, ha appena presentato al festival «Free the World!» il suo secondo romanzo edito da Random House, «Things I’ve Been Silent About», le cose che ho taciuto, l’autobiografia cui lavora dal 2003, dalla morte della madre nell’ospedale a lei precluso di Teheran.
In Italia sarà pubblicato da Adelphi.
Sono passati cinque anni da «Leggere Lolita a Teheran».
Perché ha taciuto tanto a lungo? «Raccontare la propria vita è difficile.
La dittatura rende la sfera personale un tabù, il privato diventa politico.
In Iran non potevo parlare della letteratura che amavo o degli amici arrestati e uccisi.
Non riuscivo a parlare neppure del rapporto conflittuale con mia madre, verso cui nutrivo amore e risentimento, esattamente come verso il mio Paese.
Ho cominciato a scrivere di lei quando è morta e non potevo tornare in patria a dirle addio, e ho scritto dell’Iran quando sono partita per Washington, nel 1997».
Cos’è l'Iran per lei, sua madre, autoritaria e distante al limite dell’anaffettività, o suo padre, affascinante narratore di fiabe capace anche di mentire? «L’Iran è la somma dei due.
Mia madre, nata da una famiglia benestante e moderna di Teheran, emancipata al punto da sposarsi due volte per amore e lavorare in banca rivendicando la propria indipendenza.
E mio padre, nato nella conservatrice Isfahan, erede di una dinastia di studiosi religiosi, intellettuali e puritani.
Lei voleva plasmarmi a sua immagine anche a costo di leggere di nascosto i miei diari, lui mi raccontava le storie de Il libro dei Re, che oggi insegno a mia figlia, ma mi rendeva anche complice dei suoi tradimenti con altre donne».
Che Paese è oggi quello che ha lasciato? Da un [...]

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