Banda Cavallero Milano come Chicago

MILANO domenica 22 febbraio 2009, 07:00 Banda Cavallero Milano come Chicago di Daniele Carozzi Torino, primi anni Sessanta: per qualcuno nel quartiere «rosso» di Borgodora la rabbia verso le classi sociali più elevate si mescola all’ambizione di una vita facile con danaro in quantità e donnine disponibili.
Pietro Cavallero, per tutti Piero, classe 1929, è uno di questi.
Nelle fumose «piole» di periferia, fra un bicchiere di barbera mediocre e una bestemmia, Piero fraternizza con Adriano Rovoletto, figlio di emigrati veneti, Sante Notarnicola, ultimo lavoro onesto quello di rappresentante, e Danilo Crepaldi, già partigiano in Val d'Aosta, che ancora custodisce armi in un cascinale.
La filosofia esistenziale che li accomuna è spicciola e chiara: imbecilli tutti quelli che «ruscano» da mattina a sera per guadagnarsi il pane mentre la moglie a casa gli fa le corna.
Gli sbirri? Morti di fame e servi dello stato.
Noi, dicono, siamo i migliori, gli invincibili; nessuno ci può fermare qualsiasi cosa si faccia.
E si sentono più caricati dei marines a Iwo Jima.
Cavallero è il capo indiscusso e per chi lo contraddice sono cazzotti.
Armi alla mano, i quattro si lanciano nell'avventura dei «prelievi» dalle banche cominciando con un'agenzia dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino.
Le brevi e concitate grida durante gli assalti, con frasi e parole in francese come «vite, vite» o «la cassefort» depistano la polizia verso la banda dei «Marsigliesi».
Dopo il colpo, la strategia vincente è dileguarsi nel centro città, mentre la «pula» sbarra gli sbocchi verso la periferia.
Ventitré sono i colpi messi a segno dalla banda fra il 1963 e il 1967, e mica roba da ridere: diciassette banche e sei gioiellerie o negozi con buoni introiti.
La loro faccia di bronzo è tale che divulgano alle agenzie bancarie una sorta di vademecum nel quale si suggerisce il comportamento da tenere per aver salva la pelle in caso di rapina.
Come l'obbligo «morale» di consegnare un milione di lire per ogni impiegato presente.
Ma a Cirié (To), nel 1967, ci scappa il morto.
Il medico Giuseppe Gajottino si becca una pallottola fatale per un mal interpretato cenno di ribellione.
Nel frattempo il Crepaldi, uscito dalla banda e morto poco dopo in un misterioso incidente, viene sostituito dal giovanissimo Donato Lopez.
Le prime scorribande milanesi la banda le conduce nel 1965, con quattro colpi ben pianificati di cui solo tre, nelle banche di via Pisanello, via Bodoni e viale Regina Giovanna vanno a segno.
Il quarto, previsto in viale Corsica [...]

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