Benigni-Dante: cos'è il bello?

di Stefano Magliole Sono stato tra i 10 milioni di persone che hanno guardato-ascoltato la lettura televisiva di Dante ad opera di Roberto Benigni.
E, come a molti di voi, anche a me il monologo dell’attore toscano ha generato molte riflessioni.
Una in particolare mi preme esprimere in questo contesto; una sensazione che va oltre il forte impatto emotivo della lettura e che, chiaramente, non prende in considerazione tutta la parte “politica” dello spettacolo.
Vorrei soffermarmi sulla parte centrale, il momento in cui Benigni accompagna la lettura delle terzine dantesche con la sua personale interpretazione.Ma quello che voglio dire in questa occasione vuole andare anche oltre l’operazione didascalica, sicuramente ben strutturata e realizzata (Benigni ricorda molto bene che si tratta di uno spettacolo e non di una lezione di letteratura).
Ascoltando le parole del nostro ultimo premio Oscar (miglior film, non me ne voglia Ennio Morricone), non ho potuto che analizzare un duplice rapporto con il Bello, con l’idea estetica in senso ampio, non solo letterario.
Non voglio qui scomodare teorie estetiche degli ultimi anni (anche perché non centrali nel dibattito in questione) o concetti di storia della filosofia partendo dall’Estetica in Kant o Hegel; voglio semplicemente soffermarmi su una grande dialettica – questa sì in senso hegeliano – di rapporto con il Bello.
Molti di voi, come me, avranno avuto la sensazione di un innamoramento di Benigni per i versi danteschi.
Ecco, devo essere sincero, ne sono stato geloso! Geloso della sua capacità di amare spassionatamente un’opera d’arte e non solo; Benigni ha mostrato tutta la sua capacità di amare - e uso il verbo nel suo significato più profondo, ampio, bello – la Natura, la Vita, l’Arte.
Il discorso potrebbe farsi lungo e tortuoso se andassimo ad analizzare il rapporto che intercorre tra queste tre materie (Natura, Vita ed Arte) ma cerco di restare il più fedele possibile al mio proposito iniziale.
Perché ne sono stato geloso? Perché io ho un rapporto particolare con ognuna di queste tre materie e, per mia caratteristica – positiva o negativa, non so – ho sempre trovato gusto nel comprendere a fondo le cose.
Solo in quel momento io raggiungo l’estasi estetica.
Il mio Bello risiede nella semantica, nella comprensione, nelle viscere ontologiche del concreto.
Il mio Bello è critico, razionale, freddo.
Mentre in Benigni ho avvertito l’idea di Bello fine a se stesso, di piacere estetico incondizionato.
Il mio ideale di Bello (e per gioco di [...]

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