Benvenuti a Dituttounpopoli

  Da qualche settimana sto leggendo un simpatico travel book di Bill Bryson, dal titolo America Perduta.
Nulla di eccezionale in realtà, e se devo essere sincero l’autore ha fatto di meglio.
Il libro, comunque, si segue volentieri: Bryson, narratore in prima persona, ci porta nelle zone più dimenticate degli Stati Uniti, quelle del midwest per intenderci, dove non c’è praticamente nulla per centinaia di chilometri se non campi di grano, campi di cotone o campi di qualcos’altro, intervallati da qualche sporadico centro urbano.
A un certo punto l’autore si mette in testa di ricostruire la sua città ideale, che chiama Amalgama City, prendendo in prestito qua e là le varie caratteristiche dei posti in cui capita.
Un museo interessante qui, un ristorantino intimo lì, un accogliente alberghetto da un’altra parte ancora, e così via.
L’idea mi è piaciuta un sacco, e ho deciso di costruire anch’io una mia Amalgama City personale.
  Pronti via, e trovo subito una perla senza nemmeno cercarla: l’altro giorno ero in giro per Milano con mia madre, in zona Bovisa Politecnico.
Stavamo aspettando mio padre, di ritorno da uno dei suoi concerti in una festa di quartiere, e così abbiamo deciso di fare una capatina in piazza Bausan, dove una nostra vecchia amica aveva aperto una panetteria.
Era da un bel po’ che non entravo nel negozio, e non ricordavo bene il posto.
Beh, devo dire che sono rimasto basito: il locale è sempre quello di una volta, ma l’atmosfera… ragazzi, al posto di perdersi si è ricostituita.
Sembra di tornare in quei vecchi negozi di quartiere, in un piacevole clima comunitario dove tutti si conoscono anche senza conoscersi.
E così eccoci lì per un aperitivo prima di pranzo, pigiati come sardine e spiluccando delizie al bancone.
Un po’ come i locali con happy hour tanto di moda, ma senza quel fastidioso retrogusto trendy e con un calore insolito per la fredda Milano di questi tempi.
Il bello è che piazza Bausan non è certo le Corti di Bayres in quanto a traffico pedonale, eppure non vi dico la gente all’interno: nei dieci minuti in cui siamo rimasti (a un angolo del bancone, non c’era altro posto), nel locale si saranno accomodate una quarantina di persone.
Accomodate è una parola grossa: il posto, è bene ricordarlo, è poco più lungo del mio corridoio e stretto altrettanto.
Vi chiederete: che gusto c’è a schiacciarsi l’un contro l’altro in attesa di un banale Campari? Credetemi, il gioco vale la candela: focacce e pizzette di tutti i tipi, odorini da far venire [...]

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