Berlusconi OK! Ma il Sud affonda l'Italia.

P oche illusioni, «non bisogna aspettarsi miracoli.
Il differenziale di crescita dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei non è ciclico, ci sono ragioni strutturali.
Nessun governo può cambiare la situazione da un giorno all’altro».
Daniel Gros, presidente del Centre for european policy studies (Ceps) di Bruxelles, è per nulla ottimista sulla possibilità di incidere sulla «crescita zero» italiana da parte del governo Berlusconi.
Non tanto perché è Berlusconi, quanto perché per risollevare il Paese occorrono, dice, soltanto interventi di lungo periodo.
«Magari in cinque anni si possono gettare le basi per una ripresa della crescita, ma non prima.
Anche in Germania è servito questo tempo».
Che cosa si aspetta Bruxelles dal governo Berlusconi nell’economia? «Nel suo programma, Berlusconi parla soprattutto di manovra sulla finanza pubblica, ipotizzando di vendere attività degli enti locali.
È vero che, per esempio, si potrebbe valorizzare il patrimonio immobiliare, ma non è questa la strada.
È più incisivo un intervento sulla spesa, con tagli drastici su pensioni, spesa per dipendenti pubblici e sanità.
L’Europa si aspetta attenzione ai problemi di lungo termine, i programmi dei 100 giorni servono a poco».
Il nuovo governo rilancia sulle infrastrutture.
La Borsa, settimana scorsa, ha premiato i titoli legati al ponte sullo Stretto.
«L’esperienza dice che nessun governo è riuscito a farlo.
Neanche Berlusconi può fare i miracoli.
Ci sono iter da seguire, sentenze da rispettare.
Anche con tutta la buona volontà non è possibile tirare fuori l’Italia, a breve, dallo stallo».
Un vicolo cieco .
«Se l’Europa si dovesse riprendere dalla crisi, anche l’Italia ne trarrebbe vantaggio.
Ma questo Paese ha due criticità: la perdita di competitività sul costo del lavoro e il mancato investimento in capitale umano.
Nel primo caso pesano i salari, alti rispetto alla produttività, dove l’Italia ha perso terreno rispetto alla Germania negli ultimi dieci anni.
Nel secondo? «Mancano formazione e istruzione, in termini sia qualitativi che quantitativi.
Il rimedio c’è, ma bisogna aspettare il ricambio generazionale: se si interviene sulla scuola ora gli effetti si vedranno fra dieci anni.
Servono più soldi, la scuola italiana è, in media, al di sotto di quella europea.
C’è un Nord che sta al passo e un Sud che resta indietro».
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