Bruno Aletta "Roberto Bracco:il disegnatore delle donne"

La gloriosa tradizione del teatro a Napoli resiste e risplende nel nome dei suoi magnifici drammaturghi.
Eduardo, splendido epigono di un percorso avviatosi nell'Ottocento, chiuse il secondo millennio portando con sé non solo la sua opera, ma anche quella dei suoi predecessori più immediati, Viviani e Scarpetta, tanto diversi tra loro ma entrambi vivi nell'opera di Eduardo al punto da essere poli di un'unica sintesi artistica e culturale.
E come sempre accade la grandezza di qualcuno rischia di offuscare l'opera di altri, se non altro in popolarità e fama.
Non di rado però la critica più attenta e meno soggetta a mode non esita a incoraggiare ricerche e riscoperte dell'opera di grandi maestri, riportare figure al ruolo che loro compete, ingiustificatamente cadute nell'oblio.
Poche le tracce nella cultura partenopea di Roberto Bracco, eppure l'arte ed il fine spirito intellettuale resero Bracco nei primi decenni del secolo artista internazionale, il suo nome fu accostato ad Ibsen e nel 1929 l'autore partenopeo fu alle soglie del premio Nobel per il teatro, riconoscimento negatogli all'ultimo momento per l'ostracismo del regime fascista di cui l'autore fu tenace ed indomabile oppositore.
Roberto Bracco nacque nel cuore di Napoli, a San Gregorio Armeno, nel 1861.
Fu essenzialmente un autodidatta e dopo significative esperienze giornalistiche, collaborò tra l'altro con il New York Times, approdò al teatro affermandosi come una delle figure più rappresentative della drammaturgia italiana.
Intellettuale impegnato in politica a fianco di Giovanni Amendola, aderì con Benedetto Croce a quel movimento europeo di idee libertarie e pacifiste che prese forma nel manifesto "La dichiarazione dell'indipendenza dello spirito", duro atto di accusa nei confronti di quella cultura europea che asserviva arte e scienza alla politica dei governi.
Il suo teatro fu anticipatore dei grandi temi che caratterizzarono il Novecento, con elementi di grandissima novità, in cui si intrecciarono intenti veristici e prosa intimista; il critico Giulio Baffi scrive "Bracco dedicava la sua attenzione alle povere realtà della Napoli che conosceva, quella degli ‘umili e dei diseredati' cui la drammaturgia di quegli anni già si andava da tempo rivolgendo...
(ma) scriveva in quegli stessi anni, tra il 1893 e il 1896, drammi ‘borghesi' o ‘commedie mondane'come Infedele, La fine dell'amore: indagine psicologica, schermaglie d'amore tra due o più personaggi, linguaggio brillante, furono gli ingredienti che certamente colpirono gli spettatori [...]

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