C'era una volta

  C’era una volta la mia infanzia in un piccolissimo paese arroccato su un alto sperone di trachite vulcanica: da lontano, quasi un’astronave arrivata da chissà dove e lì pietrificata.
La mia casa era a due piani e al secondo aveva un bel terrazzo che affacciava proprio sulla piazza dove confluivano tutte e quattro le strade del paese: un punto di vista e di osservazione su un interessante via vai che mi teneva occupata per diverso tempo ogni giorno a fantasticare sulle persone che passavano o che sostavano sul muretto o entravano e uscivano dalle tre botteghe che erano lì: l’emporio, il barbiere, l’osteria e la fucina dove Marcone, sempre in una misteriosa semioscurità, batteva e ribatteva il ferro incandescente e scintillante e dove, all’esterno, ferrava anche muli e asini dopo averli sospesi ad un grande trabiccolo che li rendeva innocui e rassegnati.
Una cosa che mi piaceva tantissimo fare nel mio terrazzo, insieme a qualche compagno di scuola, le bambine non partecipavano mai, era quella di schierare sulla sua lunga e larga balaustra, la sera della vigilia del 2 novembre, una fila di grosse zucche gialle con dentro una candela accesa, erano la Morte Secca.
Il giorno prima, nel tardo pomeriggio, quando cominciava a farsi sera per non dare troppo nell’occhio, entravamo in uno dei tanti orti appena fuori il paese dove già avevamo localizzato delle grosse zucche mature e mentre qualcuno faceva la guardia, torcevamo destramente il picciolo a quelle più belle, una per ciascuno, le mettevamo nel paniere che ci eravamo portato e, facendo poi un giro lungo per un vicolo fuori mano tra le ultime case e i primi orti, a quell’ora sempre deserto, le portavamo fino a casa mia in una stanza a piano terra che serviva a molte cose e anche da ripostiglio.
Il pomeriggio successivo, chiusi lì dentro, armati di qualche coltello della mia cucina e di un secchio per gli scarti, lavoravamo di lena fino a buio quando le nostre zucche, svuotate dei semi e di molta polpa, tagliate in tondo appena sotto il picciolo che poi faceva da cappello, con due grandi fori per gli occhi e una gran bocca larga con dentoni a sega di dimensione e fogge in cui ciascuno si sbizzarriva a modo suo, diventavano la “Morte Secca” ed erano pronte per essere messe tutte in fila sulla balaustra del mio terrazzo con la faccia che guardava la piazza.
Di mezze candele da accendere all’interno, ne avevamo tutti più di una in tasca perché, allora, specialmente d’inverno, quando cadeva tanta neve o c’erano temporali e vento, la corrente [...]

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