Caro direttore, mi chiamo

Caro direttore, mi chiamo Mario, ho 30 anni e ho trascorso quasi metà della mia vita in una prigione.
Ho vissuto le sbarre della mia cella in svariati modi, dapprima le ho odiate come il più acerrimo dei nemici, poi col tempo le ho apprezzate perché mi hanno protetto da me stesso, infine le ho accettate come parte della mia esistenza.
Sbarre che sembrano saldate direttamente sulle mie retine e che mi costringono ad avere persino ricordi anch’essi reclusi.
Eppure, per quanto negli ultimi anni la mia fervida immaginazione si potesse sforzare, mai avrei pensato alla porta della mia cella come a una “porta santa”.
Per anni ho vissuto l’angoscia dei miei errori e forse ancora oggi non riesco a perdonarmi, tuttavia papa Francesco con le sue parole ha rinsaldato forte in me la voglia di porre rimedio a tutti i miei sbagli.
Grazie, Santo Padre, a nome di tutti noi, per la sua infinita compassione, e per averci dato la possibilità di partecipare a questo Giubileo seppur ristretti in questo luogo di sofferenza chiamato carcere, un posto che forse di santo ha ben poco, ma dove opera forte la misericordia di Dio.
Fu Marco nel suo Vangelo a testimoniare le parole di Nostro Signore Gesù Cristo “non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Ed è qui, in un carcere, che molti peccatori possono trovare la forza e il coraggio di confessare a Dio le proprie colpe e chiedere perdono dei propri peccati.
Sull’onda delle parole di papa Francesco la politica si è riaccesa di quel “buonismo” che in altre circostanze non ha prodotto né un indulto né un’amnistia.
Ma cosa sono al confronto un indulto o un’amnistia se paragonati all’indulgenza per una vita eterna? Grazie ancora, Padre Santo, per aver spalancato anche per noi le porte sante, per aver infuso ancora una volta nei nostri cuori la speranza, e per aver ricordato al mondo intero che anche noi siamo esseri umani.
Vivrò questo Giubileo con rinnovato spirito, e per la prima volta rientrando nella mia cella, passando sotto la porta che per anni mi ha rinchiuso, mi sentirò finalmente un uomo libero.
Mario Livrieri, Avezzano (Aq) (Lettera a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, 20 ott.
2015).

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