Com'è difficile spiegare il PD all'estero

Il bello dei summit progressisti internazionali, come quello che mi è capitato di seguire in Cile la scorsa settimana, è che per qualche giorno ti si rianima il cuore.
Succede infatti di ascoltare leader politici convincenti, che godono in patria di ampie riserve di consenso e che ti spiegano il buono e il bello dei loro magnifici governi di centrosinistra.
Naturalmente l’occasione è retorica, ma di questi tempi anche una dose di buona retorica politica fa bene all’anima del povero progressista italiano.
Il brutto è che in questi stessi giorni ti tocca raccontare lo stato di salute della sinistra italiana ad un’abbondante schiera di stranieri.
Talvolta sono persone che hai incontrato spesso negli anni in occasioni simili, funzionari politici o osservatori a vario titolo del mondo progressista.
Tutti comunque curiosi di sapere cosa accade dalle nostre parti.
E qui cominciano i problemi.
Come nel caso del socialista francese a cui cerchi di spiegare la dinamica delle dimissioni di Walter Veltroni dalla guida del PD.
“Sai – dico io con una punta davvero minima di ironia – Veltroni si è dimesso ma dice di averlo fatto per un atto d’amore verso il partito”.
E lui, molto più seriamente: “Nel senso che dopo aver fatto vincere Berlusconi per la terza volta è andato definitivamente in pensione, aprendo la strada ad una nuova leadership?” “Non proprio”, provo a rispondere, “in realtà ha spiegato di essere molto più adatto a fare l’uomo delle istituzioni che l’uomo di partito.
Si può quindi pensare che tra qualche anno proverà a farsi nominare candidato primo ministro dalla coalizione di centrosinistra”.
Ma ora è il francese che diventa ironico: “Ho capito, allora è vero amore”.
Altrettanto difficile spiegare il miracoloso rimbalzo di D’Alema all’intellettuale statunitense di tendenza clintoniana.
“Sai – dico io con nessuna ironia – le dimissioni di Veltroni hanno ridato forza a D’Alema, che rassicura i vecchi militanti con il suo solido mestiere politico”.
L’americano è curioso di saperne di più: “Ma è lo stesso D’Alema che è stato primo ministro dieci anni fa? Non si era dimesso nel 2000? Non c’è davvero nessun altro dopo Veltroni?” Non ho saputo cosa rispondergli.
Ma il massimo della difficoltà si raggiunge cercando di spiegare il crescente successo di Berlusconi.
“Sai – dico con concentrazione assoluta alla deputata del Labour Party – Berlusconi si rafforza perché riesce a cavalcare la crisi con un messaggio di rassicurazione sociale.
E con un [...]

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