Corto d'asporto - Cavallo pazzo

Gianni bevve il caffè e si accese una sigaretta.
Il cellulare squillò, era Franco, uno dei pochi amici che ancora lo cercavano.
“Ehi com’è? che ne dici se passo di lì e andiamo a farci un giro?” disse Franco.
“No Frà, non è giornata, magari un’altra volta.” rispose serafico Gianni.
“Ok, non insisto ma non mollo sai, prima o poi dirai di si per sfinimento, a presto, ciao cavallo pazzo.” Gianni sorrise nel sentirsi chiamare così, era il nomignolo che la compagnia gli aveva affibbiato fin dall’infanzia, ad esaltare il suo ego temerario e la sua indole.
Quante ne aveva combinate, il coraggio non gli era di certo mai mancato.
Tutto era cambiato però, non aveva nemmeno più il coraggio di vivere, di uscire di casa, di fare una vita, diciamo così, normale.
Si sa, il concetto di normalità è soggettivo e per Gianni era chiudere gli occhi e tornare indietro di sei anni, a prima cioè di quel tuffo azzardato che lo aveva reso paraplegico.
All’inizio aveva reagito alla sua maniera, da cavallo pazzo di razza qual’era.
Andava al pub, si era anche iscritto in una squadra di basket poi gradualmente era come entrato in un limbo, una specie di vita di mezzo, sospesa tra ricordi e depressione.
Se ne stava in casa tutto il giorno con Romeo, il gattone meticcio che non lo lasciava un solo istante.
Mario e Lisa, i genitori in pensione, più volte lo avevano esortato ad andare in pellegrinaggio a Lourdes ma Gianni rispondeva sempre “Se ci fosse un Dio sarei su una carrozzina?”.
Un giorno, esasperato, per zittire i suoi accettò e si aggregò al viaggio.
La sera prima del ritorno, mentre si trovava in camera, la madre inciampò.
L’istinto di Gianni fu di alzarsi di scatto per sorreggerla e ciò avvenne.
Increduli i due si guardarono: era in piedi senza supporti.
Camminò, saltò e gli parve che gli scoppiasse il cuore.
Cavallo pazzo da quel giorno si dedicò ad aiutare altri paraplegici, spiegando loro che la vera fortuna non è avere una vita “normale” ma un cuore pieno di umiltà, amore e speranza.
   

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