Così la società cambia la struttura del cervello

    Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui.
Oggi le neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività     Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte di una società che possiede una cultura e una storia.
In estrema sintesi: come singoli siamo animali — con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre animali — prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in nessun'altra realtà.
Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che da trascurare.
Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del linguaggio e della nostra razionalità.
Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto dalla sua dimensione collettiva.
Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più vera e letteralmente unica.
Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un collettivo sì.
Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo.
Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno di noi è perfettamente logico.
Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra uomini e fra uomini e cose.
Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane.
Anche se ci impegnassimo allo spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali obiettivi.
Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività.
L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo.
Non tanto e non solo perché vivere in [...]

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