Da demolire: 3.000 case palestinesi

Nei primi tre mesi del 2008 124 case sono state demolite, contro le 107 dello stesso periodo del 2007 in un evidente feroce sforzo di pulizia etnica accelerata.
Eccone il motivo: «Un popolo che è stato regolarmente perseguitato da duemila anni è moralmente giustificato, in termini di giustizia distributiva, ad essere particolarmente spietato quando si tratta di aver cura della propria esistenza».
La sola presenza palestinese è una minaccia da schiacciare sotto i cingoli.
.«Attualmente ci sono 3 mila ordini israeliani di demolizione di abitazioni palestinesi in Cisgiordania, che possono essere eseguite in via immediata e senza preavviso»: così l’ultimo rapporto dell’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari (1).
Il rapporto specifica che le case da demolire sono situate nella cosiddetta «Area C», che comprende il 60% del territorio cisgiordano, e che gli isrealiani mantengono sotto il loro controllo.
Si tratta del territorio governato, si fa per dire, dal pieghevole Abu Mazen, capo di quel che resta di Fatah; ora si vede bene che Hamas ha ragione a non piegarsi a Gaza.
Chi si piega paga un prezzo più alto e crudele: gli vengono distrutte le case, in un evidente sforzo di pulizia etnica accelerata.
L’intensificazione delle distruzioni coi bulldozer è segnalata dall’ONU: nei primi tre mesi del 2008 già 124 case sono state demolite, contro le 107 dello stesso periodo del 2007.
In seguito a queste demolizioni, 435 palestinesi, fra cui 135 bambini, sono ridotti alla condizione di senzatetto.
Il motivo di tanta fretta feroce è chiaro: Bush, nella sua visita celebrativa in Israele, ha liquidato il processo di pace di Annapolis che non è mai veramente cominciato; e Israele apparentemente si affretta ad annettersi territori prima che entri alla Casa Bianca un nuovo presidente, onde creare il fatto compiuto.
Del resto non ha mai avuto la minima intenzione di cedere un metro di terra: nella visione giudaica,  è la terra data da Dio a loro soli.
L’intelligenza di tale mossa è posta in questione da William Pfaff: «L’Autorità Palestinese, realisticamente parlando, ha cessato di esistere: non è che un agente del governo israeliano.
Ma adesso il problema per Israele è come sopravvivere come uno Stato singolo religiosamente diviso, metà libero e metà non-libero» (2).
In che senso? Seguiamo il ragionamento di Pfaff: «La sistematica colonizzazione israeliana dei territori palestinesi che dura da quarant’anni, e il parimenti sistematico rifiuto alla creazione di uno Stato palestinese indipendente - che non è [...]

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