Damànnas, l'ultima battaglia - XI -

VIII   Gli anni successivi trascorsero relativamente sereni, offuscati, di tanto in tanto, da fugaci incursioni delle gualdane islamiche nei territori attorno a Demenna.
Sulla cima di S.
Nicola, le sentinelle di guardia sulle torri di avvistamento vigilavano incessantemente.
Ma, ahimè, intorno al mezzodì del dieci agosto del 965 esse lanciarono l’allarme alle vedette sull’altra torre in cima al Monte Krastos: dal presidio di avvistamento sul Pizzo Asa e dal dirimpettaio Castello di Kolat,  avevano ricevuto, infatti, segnali, che facevano intendere  che erano state avvistate truppe musulmane, che, dal litorale marino,  si apprestavano a risalire il percorso lungo la sponda del fiume Chidas.
I messaggi erano stati trasmessi dalle postazioni alleate, disseminate sui monti e che arrivavano a controllare i movimenti di truppe sino alla fascia costiera.
Dal pinnacolo, sopra Demenna, venne lanciato l’allarme dell’approssimarsi del nemico.
  Il saraceno aveva infranto i patti inviando il suo esercito contro la roccaforte: nel giro di qualche decennio era il quarto attacco, guidato, questa volta, dal principe arabo Ibrahim, conquistatore di Tabarmin.  Egli si proponeva di annientare l’altro baluardo, politico e religioso, del bizantinismo siciliano.
Federico De Palmis aveva previsto quest’evento ed aveva preparato il piano di difesa.
In quegli anni di tregua, era stato acquistato un gran numero di puledri: si erano potuti addestrare, quindi, altri uomini per farne parte delle truppe equestri di Demenna, aumentandone l’organico.
I cavalieri furono divisi in due gruppi: l’uno rimase in città, l’altro, invece, si nascose nel bosco, distante circa duemila metri, attraversato dalla strada che conduceva fin sotto la palizzata.
Era, questo, un piano che lo stratega De Palmis aveva già sperimentato positivamente.
La cavalleria musulmana procedeva distanziando di parecchie ore la fanteria, che era appesantita oltretutto dal trasporto delle macchine da guerra, dei carri con le munizioni e con le vettovaglie.
I saraceni a cavallo, superato il punto in cui si erano celati i cavalieri bizantini, che erano guidati dal Vice Comandante Teodoro, furono attaccati da dietro, mentre Federico De Palmis, uscito dalla città, si trovava già frontalmente a sbarrare il passo al nemico.
Molti musulmani furono uccisi, quelli disarcionati fuggirono, ma i più si batterono.
Ibrahim, però, si trovava con la retroguardia.
Dopo aver decimata la cavalleria nemica, Federico, rendendosi conto che gli arabi erano numericamente superiori a [...]

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