Dante e Petrarca:l'unità perduta

L'Umanesimo come preludio dello splendore rinascimentale.
Il culto di Dante ha inizio nell’età a lui contemporanea, allorché il poeta fu esaltato per dottrina, sapienza e dirittura morale.
Ne fa fede il rapido diffondersi di copie manoscritte della Commedia, di commenti e di poemi allegorico-didattici.
Comincia nel Trecento anche una pratica di pubbliche letture nelle piazze delle città d’Italia, che ancora oggi dura con il grande successo popolare di Roberto Benigni; nel 1373 anche il Boccaccio, autore di un commento ai primi XVII canti dell’Inferno e del Trattatelo in laude di Dante, fu incaricato dal comune di Firenze di commentare pubblicamente la Commedia ; Petrarca, invece, pur non mancando di imitare Dante nei Trionfi, non amava la Commedia.
È questo un atteggiamento che avrà conferma fra gli umanisti fiorentini: Leonardo Bruni dovette difendere l’uso del volgare nella Commedia sottolineando come “ciascuna lingua ha sua perfezione e suo suono e suo parlare limato e scientifico”.
Oggi in genere, si tende a ricalcare uno schema che inizia con la figura ancora medievale di Dante e che attraverso Petrarca soprattutto, ma anche Boccaccio, giunge all'epoca dell'Umanesimo, segnalato come preludio dello splendore rinascimentale, in cui l'uomo, oramai affrancato da Dio, diventa, secondo il detto di Protagora, «misura di tutte le cose».
Il travaglio di un'epoca è generalmente individuato nel confronto tra Dante e Petrarca: l'uomo della certezza e l'uomo della crisi, l'uomo che chiude l'epoca della trascendenza e l'uomo in cui inizia l'era nuova dell'autonomia, l'uomo che si affida al rigore della filosofia aristotelico-tomista per scandagliare il mondo e l'uomo che guarda a Sant'Agostino come a maestro dell'analisi interiore.
Ovviamente tale traiettoria segna il progresso della cultura occidentale, lentamente perseguito da due secoli, ma singolarmente anticipato già da Petrarca.
C'è un sonetto in Petrarca che mi sembra chiarificare queste considerazioni:Io son sì stanco sotto ‘l fascio antico de le mie colpe e de l'usanza ria ch'io temo forte di mancar tra via e di cader in mano del mio nemico.
Questa prima quartina denuncia la stanchezza di vivere nella lacerazione tra l'amore di Dio e l'amore per le cose terrene, tema portante di tutta la produzione petrarchesca, al punto tale che il poeta dispera della salvezza e teme di cadere in preda del demonio.
La nascita dell'uomo diviso fra cielo e terra che si può cogliere nella sua sensibilità resta in eredità alle generazioni successive e, attraverso le [...]

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