Dedicato agli avventori invisibili: ora rido io

Ma ora rido io     Ci sono avventori che origliano dietro la porta dell'Osteria, non si vedono e non si sentono, prendono (male) appunti su quello che si dice e lo pubblicano nei loro blog per ridicolizzarci.
Dobbiamo star loro davvero antipatici, vista l'attenzione quasi ossessiva che ci dedicano.
Uno di questi timidi avventori ha sprezzantemente ironizzato sul mio post di sabato, invitandomi a scrivere i testi a don Matteo e accusandomi di avere una visione della vita eccessivamente lontana dalla vera vita fatta di licenziamenti, delusioni, solitudini.
A parte rilevare che il mio post, come tra l’altro era scritto a caratteri cubitali (per questo ho detto che non sanno nemmeno prendere bene gli appunti), non voleva parlare dell’aborto in sé ma della cultura della vita ed era rivolto non a donne in difficoltà ma agli intellettualoidi che speculano sul dolore di queste per imporci una cultura cronicamente depressa, voglio prendermi una piccola rivincita svelandovi un segreto.
  I tratti della vita con cui ho affrescato il post sono parole non mie ma di mamme aiutate in centri di ascolto e di sostegno, parole che mi hanno confidato quando qualche volta ho avuto il piacere di incontrarle.
Donne cinesi, romene, slave, africane, italiane: sono loro ad avermi detto con gli occhi e con le labbra che la vita è bella e che la scelta di non abortire – grazie all’aiuto di altre donne che le si sono messe eroicamente accanto dando loro una risposta concreta al loro disagio – è stata la scelta migliore.
Anche perché è impagabile vedere il loro piccoletto che impara a camminare battendo il sedere a terra o risentire scorrere in sé la vita anche da piccole cose, come accorgersi di un uccellino che cinguetta fuori dalla finestra.
Chissà se questi blogger che ci stanno origliando (e che invito a farsi avanti perché, a dispetto di quanto dice Repubblica, non facciamo del male a nessuno) avranno il coraggio di fare un post sull'argomento e stendere con il loro sarcasmo queste mamme che, in fondo, non sanno nulla di quanto dura sia la vita.
L’oste   PS.
Gli avventori che lo conoscono non avranno faticato a capire che l'uomo che ringrazia la bellezza della vita quando sente la sua canzone preferita a squarciagola è A., il nostro amico che ogni giorno chiede l'elemosina nel quartiere e che quando gli si porta un cd degli 883 o di Guccini sgrana gli occhi, ti abbraccia forte e grida "Oh...adesso sono un pascià!"

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