Dentro i quattro sporchi muri dell'aula

Il venerdì ho tre ore. Una in seconda e due in terza. Oggi è venerdì. Ma mi sembra di averne fatte trenta tutte insieme.
A volte la scuola ti pesa addosso come un piombo: si patisce e si sta male anche di qua dalla cattedra. O, almeno, a me non riuscirà mai smettere di sentire questo male che sento quando finalmente si rompe la corazza e due occhi neri ti spiano a tratti, di sotto in su. Cane bastonato in attesa di redenzione, lui se ne sta lì muto, storto, e ti guarda per vedere se è proprio vero che lo disprezzi, che non lo perdonerai mai, che stavolta è stata l’ultima. Non lo guardi, non ti giri - fai finta di - ma vorresti piangere. Solo che la grande sei tu; e non puoi. Anzi poi spieghi come funziona la proposizione principale, rispieghi di nuovo, accetti i complimenti fatti apposta da qualche alunno buffo per farti sorridere e infatti sorridi. Ma vorresti solo buttare in là la cattedra con un calcio e pigliarlo per le spalle e abbracciarlo forte - comunque non è detto che poi tu...

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