Dopo mezzanotte

Ovvero come fare cinema parlando di cinema e ambientando la storia nella mole antonelliana ( per chi non lo sapesse, nel suddetto monumento storico si trova il museo del cinema).
Con una voce fuoricampo non troppo fastidiosa, Davide Ferrario ci racconta una storia come tante altre, usando tutti gli escamotage del grande schermo: riprende Keaton, i vecchi film muti in bianco e nero, usa i suoi attori come macchiette con inquadrature velocizzate, storte, prese da sotto in sù...
Insomma ci prende in giro, ma facendolo ci fa anche passare una buona ora e mezza in compagnia di Martino, Amanda e dell'Angelo e ci fa appassionare alla loro storia, nonostante sia una storia come tante altre, la stessa storia che abbiamo già sentito mille volte...
Questo, però, è il bello del cinema: rivediamo ogni volta gli stessi schemi e gli stessi personaggi ( lui, lei, l'altro ), ma non ci stanchiamo mai di questo mezzo, nonostante la previsione - errata - di Antoine Lumière che nel 1895 disse:" Il cinema è un'invenzione senza futuro".
Da notare Giorgio Pasotti che qui ci dà uno dei suoi personaggi migliori, Martino.
Tutta la sua recitazione si traduce in espressioni, gestualità e piccole gag, come se fosse davvero un personaggio di un film muto ( ...
Buster Keaton?...).
Forse in questo film si sperimenta un po' troppo e tante soluzioni sembrano davvero fini a sé stesse, ma si può dare merito a Ferrario di essere riuscito ad uscire in parte dal " seminato " locale o almeno di averci provato.
7 e mezzo...
per l'iniziativa!

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