EZRA POUND CANTORE DELL'IMPOSSIBILE

Segnala Il 30 ottobre del 1885 nasceva - ad Hailay nello Stato dell'Idaho (Stati Uniti) – Ezra Pound, il più grande poeta del '900 (morto a Venezia il 1 novembre del 1972), ma ancora oggi, perché poeta fascista, è giudicato e “condannato” da una certa “intellighenzia” per un episodio remoto ma tuttora carico, temo, di non senso e “idiozia”.
  Nel mio editoriale di oggi  - mi scuso con i lettori - non parlerò di politica prostituita al gossip e al vizio; dei mille episodi squallidi, di affermazioni insensate, negazioni o avvenimenti “surreali” dei nostri politici che ci riempiono i media e le TV  e, che, giorno dopo giorno umiliano e sviliscono il paese reale - dicevo - il mio editoriale è dovuto per ricordare questo meraviglioso uomo, che ho avuto la fortuna di conosce, apprezzare meglio - venerare a Spoleto nel 1965 al “Festival dei Due Mondi”.
  A trentasette anni dalla morte di questo stupendo “intellettuale”,  di questo poeta sublime, apro con una evocazione indelebile della mia attività di giornalista.
È un ricordo che amo e curo nel tempo.
A Spoleto a luglio del 1965, ebbi il mio primo incontro con Ezra Pound, per un intervista per “Il Secolo d'Italia” .
Quell'anno il  Maestro Menotti aveva messo in scena un opera del poeta americano – con parole di “Villon” - e la presenza del grande poeta era d'obbligo.
  Ricordo.
Lo attendevo a Piazza del Duomo davanti al Teatro Melisso.
Lo vidi scendere la bellissima scalinata che come un antico “tratturo” “cala” gradatamente sulla piazza: mi venne incontro con andatura affaticata, oserei dire sofferente, i capelli bianco candido ”strapazzati” dal un leggero vento di un estate forse troppo fredda per essere estate.
Pound, il poeta che studiò, solcando le complesse e sinuose linee degli anagrammi cinesi, l'opera di Confucio, camminava con l'andatura stanca non per l'età, anche se aveva ottanta anni ma e, soprattutto, per le sofferenze passate tra il manicomio e l'isolamento morale e umano.
Con il robusto bastone, camicia e cravatta, una giacca di lana pesante scendeva la scalinata.
Era il “re” del “Festival dei due mondi” .
  Poi il suo modo assente e “mancante” fu rotto da parole e gesti mimici istintivi, la barba bianca scossa dalle parole.
Ci sedemmo al “Caffè del teatro”.
  Iniziò a rispondere alle mie domande: Finalmente dopo tanta sofferenza e delusioni ho ritrovato me stesso, la mia anima, l'amore nel mondo e chissà, forse nella vita.
Proseguendo nel dialogo – quasi un monologo [...]

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