Enrico Rava: «Il jazz è invenzione»

fonte:http://milano.corriere.it/milano/notizie/concerti_e_locali/09_aprile_8/enrico_rava_jazz_quintetto_50_anni-1501165830626.shtml Il jazzista italiano più famoso nel mondo festeggia cinquant’anni di carriera all’Auditorium   Enrico Rava, 70 anni (Barbaglia) «Da tempo nel jazz non ci sono più i grandi, voglio di­re i veri giganti come Arm­strong o Davis.
L’ultimo che rimane è Ornette Coleman.
Un male? No, per noi europei è un bene, perché non dob­biamo più confrontarci con superuomini.
Attualmente nel jazz, da questa parte del­­l’Atlantico, siamo al livello de­gli statunitensi».
La riflessio­ne è di Enrico Rava, gigante della tromba jazz, che doma­ni sarà all’Auditorium di Mila­no per la rassegna «InAudito­rium » con il suo New Quin­tet, come sempre vivaio e la­boratorio di talenti.
«Qualche tempo fa alterna­vo due gruppi», spiega Rava, «quello con il quale ho inciso i miei ultimi dischi italiani e il cosiddetto Rava New Gene­ration, che presentava alcuni giovani molto interessanti.
Ma adesso lavoro con un quintetto che è un po’ la sinte­si di quelle formazioni e mi dà grandi soddisfazioni.
Il ve­terano del gruppo è il trombo­nista barese Gianluca Petrel­la, uno con una straordinaria inventiva: quando mi chiedo­no come mai ho formato un gruppo con tromba e trombo­ne, io rispondo che non suo­no con un trombone, ma con Petrella.
Al pianoforte c’è Gio­vanni Guidi, solo 24 anni; la ritmica è un po’ più navigata, con il genovese Piero Leverat­to al contrabbasso e il batteri­sta romano Fabrizio Sferra».
Poi, naturalmente, c’è il lea­der carismatico Enrico Rava, una carriera iniziata proprio 50 anni fa nella Torino del do­poguerra a suonare jazz tradi­zionale, poi la scoperta di quello moderno con la poesia di Chet Baker e del siderale Miles Davis, e presto le avven­ture con l'avanguardia più ra­dicale, Gato Barbieri, Steve Lacy, Roswell Rudd, parteci­pando alle avventure della New York anni Settanta.
«È vero, ho preso parte a tante stagioni, ma non sono interessato a celebrare me stesso.
I miei concerti guarda­no sempre al giorno dopo, tant’è vero che non program­miamo mai una scaletta, i miei musicisti lo sanno bene; saliamo sul palco, ci guardia­mo in faccia e cominciamo a suonare.
La routine non mi ri­guarda».
Un atteggiamento molto diverso rispetto a quello che si ascolta su molti palcosce­nici, in America co­me in Europa.
«Ma il bello del jazz è che ciascuno può suonare quello che vuole, basta che lo faccia bene e con sincerità.
Ci sono [...]

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