Femminicidio Marianna Manduca: tolto il risarcimento ai figli

Sta facendo scalpore la sentenza di appello che ha tolto il risarcimento ai figli di Marianna Manduca, uccisa a coltellate il 3 ottobre del 2007 dal marito Saverio Nolfo, poi condannato a 21 anni di carcere.
La sentenza ha ribaltato il verdetto del primo grado di giudizio, che aveva accordato un risarcimento ai tre figli della donna, perché la magistratura non aveva fatto tutto il necessario per proteggere la loro mamma.
Il giudizio di primo grado aveva parlato di «grave violazione di legge con negligenza inescusabile» nel «non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati» e nel «non adottare nessuna misura per neutralizzare la pericolosità di Saverio Nolfo».
Marianna Manduca, 32 anni, aveva presentato 12 denunce contro il marito e, nelle ultime, aveva anche precisato che lui si era presentato con un coltello e che le minacce erano diventate sempre più tangibili.
La sentenza d’appello, però, afferma che, considerate le leggi dell’epoca (ancora non c’era la legge sullo stalking), qualunque provvedimento avesse utilizzato la Giustizia per venire incontro alle necessità di sicurezza della donna, il marito l’avrebbe comunque uccisa.
Nelle ventuno pagine della sentenza d’appello, come riporta il ‘Corriere della Sera’, si legge che «la Corte ritiene» che a nulla sarebbe valso sequestrare all’uomo il coltello con cui l’ha uccisa «dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile».
E, stando a quanto scritto dai giudici, neanche «l’interrogatorio dell’uomo avrebbe impedito l’omicidio della giovane donna».
In sostanza, «ritiene la Corte», che «l’epilogo mortale della vicenda sarebbe rimasto immutato».
Stando a quanto si legge, i comportamenti del marito della donna «non consentivano l’applicazione della misura cautelare» per lui.
Carmelo Calì, il cugino di Marianna Manduca che subito dopo l’omicidio adottò i suoi tre bambini, ha commentato in alcune dichiarazioni riportate dal ‘Corriere della Sera’: «Se la Cassazione non rivedrà il giudizio, per i miei figli sarà la rinuncia al futuro che avevano sperato, per esempio all’università».
I suoi avvocati, Licia D’Amico e Alfredo Galasso, si sono detti «sconcertati» e hanno invitato la Magistratura a «riflettere su questa permanente tendenza all’autoassoluzione».