Femminilizzazione dei nomi, cerimoniale, costituzione

Geppi Patota ha lasciato qualche giorno fa su Facebook questo commento a proposito del post precedente: «Invidio a Claudio Marazzini e a Michele Cortelazzo la pazienza elegante con cui hanno tentato (invano) di spiegare a Vittorio Sgarbi» dove sbaglia a proposito delle denominazioni femminili delle cariche detenute da donne. Lo ringrazio di quello che considero un vero e proprio complimento, oltre che dell'accostamento, veramente onorevole per me, al Presidente dell'Accademia della Crusca.
Non è sempre facile esercitare la dote della pazienza.
Cercherò di farlo, comunque, anche a proposito di un nuovo intervento sull'argomento, questa volta ad opera di Massimo Sgrelli, classe 1944, Presidente del Comitato Scientifico dell’Accademia del Cerimoniale, Capo Dipartimento del Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1992 al 2008, definito guru del Cerimoniale, anzi «guru fra i guru».
Leggendolo, ho fatto fatica a mantenere la pazienza: oltre ai giudizi per me inaccettabili, mi irritano i veri e propri errori che vi si trovano, soprattutto a proposito dell'Accademia della Crusca e delle prese di posizione dei suoi accademici.
È un testo che ai miei occhi risulta radicalmente conservatore, se non addirittura reazionario, e che mi pare contenere anche qualche accento misogino.
Ma vale la pena commentarlo? Non sarebbe meglio coprirlo con il silenzio che meriterebbe? No, per due motivi.
Il primo, che le sue parole hanno trovato molti detrattori, ma anche qualche estimatore ed è stato ampiamente ripreso, con evidente soddisfazione, dai giornali di destra.
La diversità di opinioni è il sale della democrazia; ma se si basa su dati sbagliati è un ostacolo alla proficua discussione, quella che aiuta a capire meglio i problemi.
Il secondo, che le sue parole sono l'espressione più esplicita di alcune infondate convinzioni sulla lingua che sono diffuse in alcuni ambiti (ad esempio quello del diritto): soprattutto la convinzione che il linguaggio istituzionale e giuridico abbia una radicale autonomia rispetto alla lingua comune.
Credo che sia giusto contrastarle, con argomentazioni contrarie.
Riporto, quindi, in corsivo, il suo testo, facendolo seguire, punto per punto, dalle mie obiezioni.
 L’Accademia della Crusca, custode della verità nazionale in materia linguistica, ha confermato la possibilità di declinare al femminile le cariche pubbliche se coperte da donne. Si può dire ministra, sindaca, ecc.  Non occorre che lo dica l'Accademia della Crusca, che peraltro non è la custode (posso usare [...]

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