Fine dicembre

Ogni fine dicembre lo scrivo: amo gli ultimi giorni dell’anno.
Sempre.
Sono soffusi, pieni e vuoti, sospesi.
Resta ancora qualche regalo da aprire e da consegnare.
Addirittura qualcuno da incartare, con biglietto da scrivere.
L’albero perde gli aghi ma è ancora vivo.
E l’aria fuori, ah, l’aria.
L’aria è fredda, punge.
E’ un cristallo che ti s’infrange contro senza fare male ma sbriciolando solo luce.
Lasciando la stazione, cammini a passo di Prince ed emetti sovracuti che fanno così: “U don't have 2 be cool 2 rule my world, ain't no particular sign I'm compatible with, I just want your extra time and your kiss”.
Dondolo la borsa rossa così, lieta.
Incrocio sotto un portico un alunno che io adoro anche se è di un’altra terza; è tutto lungo lungo, sguardo bello, fiero, modi gentili: “Buon anno!” gli grido prima d’infilarmi in libreria e riempirmi di caldo e libri che sposto e leggo e considero e poi lascio lì.
Quando torno indietro tengo nella borsa La città incantata e Miles Davis.
Lo sciamano elettrico.
Guardo la città, guardo la stradina silenziosa parallela a via Indipendenza, con le luci e la pista del ghiaccio laggiù in fondo, e mi piace molto.
Entrando in casa l’odore di abete e il caldo m’investono.
Così preparo una cioccolata calda.
Poi mi siedo sul divano e leggo di Miles; di quei suoi cinque anni di discesa agli inferi, fra il 1975 e il 1980, in cui ogni abiezione e demone prendevano corpo, in quella casa piena di spazzatura e scarafaggi sulla Settantasettesima west.
Ma invece oggi è il 30 dicembre, gennaio è già qui e sembra per un pomeriggio che il 2008 potrà essere all’altezza del 2007.
Luminoso, sfrangiato e pieno di bene.

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