Francesco Marotta, Il dialogo e il silenzio

Il dialogo e il silenzio Di francescomarotta Giuseppe Zuccarino Maurice Blanchot Blanchot: il dialogo e il silenzio L’amicizia a distanza Quando si parla dell’opera critica di Maurice Blanchot, e in particolare dei volumi da lui pubblicati nella seconda parte della vita, è quasi inevitabile chiamare in causa, assieme ad altre, anche la nozione di amicizia.
E in effetti, nelle ultime grandi raccolte saggistiche, l’importanza del colloquio fra amici viene posta in forte evidenza(1).
Per capire meglio che ruolo giochino in ciò – o, almeno in apparenza, contro ciò – la personalità riservata dell’autore ed anche la sua concezione austera della letteratura, converrà precisare che per lui l’amicizia non comporta necessariamente la frequentazione personale.
Ecco cosa ha dichiarato in proposito uno dei suoi interlocutori, Edmond Jabès: “Non ho mai incontrato Maurice Blanchot, la cui prossimità è così importante per me.
Egli non ne ha mai manifestato il desiderio, malgrado – e la nostra amicizia dura da più di quindici anni – uno o due inviti discreti da parte mia.
Ai suoi occhi, e non ne fa mistero, certe amicizie non hanno nulla da guadagnare dagli incontri.
Non devono imporsi né rompere il silenzio in cui sono immerse, neppure nei momenti più intensi”(2).
Si potrebbe ricordare in tal senso anche un aneddoto narrato dallo stesso Blanchot: nel corso di una manifestazione politica svoltasi nel cortile della Sorbona nel maggio 1968, egli si era trovato accanto a Michel Foucault, pensatore da lui stimato e che notoriamente lo ammirava a sua volta, ma a dispetto dell’occasione favorevole il critico si era limitato a scambiare col filosofo poche frasi, senza farsi riconoscere(3).
Alla base di questo contegno, che può sembrare bizzarro, c’è un’idea che Blanchot aveva già esposto altrove: “Dobbiamo rinunciare a conoscere coloro ai quali ci lega qualcosa di essenziale; voglio dire che dobbiamo accoglierli nel rapporto con l’ignoto in cui essi ci accolgono, anche noi, nella nostra lontananza”(4).
Essendo in causa uno studioso il cui ventaglio di interessi letterari è stato assai ampio, occorre aggiungere che già i suoi libri saggistici degli anni Quaranta e Cinquanta includevano talvolta testi dedicati a scrittori con cui egli intratteneva un rapporto dialogico, ma la cosa non veniva certo enfatizzata.
Toccava semmai al lettore intuire, da semplici sfumature del discorso, che parlando ad esempio di Jean Paulhan, di René Char, di Emmanuel Levinas o di Georges Bataille, il critico stava [...]

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