Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley

Il nome di Frankenstein ha da sempre suscitato in noi l’orrore più cupo e le più cupe paure.
Lo abbiamo sempre associato a un mostro, a un’aberrazione umana creata con membra di cadaveri rubati nei cimiteri.
Il suo nome è per noi legato a un fantascientifico laboratorio in cui un pazzo scienziato, aiutato da un servitore, riporta in vita un mosaico di carne umana instillando in quelle fredde membra la scintilla vitale, grazie alla corrente e all’energia provenienti da un fulmine.
Tutta questa iconografia relativa a Frankenstein deriva dalle tante trasposizioni cinematografiche che nel corso della storia del cinema si sono succedute, una dietro l’altra, nel vano tentativo di rendere visibile e quantomeno vivo il capolavoro di Mary Shelley.
Che cosa sia passato per la mente dei registi mentre trasformavano in celluloide le loro idee bizzarre, offrendo al pubblico un’immagine errata della storia, si ignora.
Sin dal primo cortometraggio, “Frankenstein” del 1910, che rappresenta una totale riscrittura dell’opera della scrittrice londinese, le altre pellicole contengono elementi del romanzo, talvolta modificati, adattati alla sceneggiatura, ma mai totalmente fedeli.
Forse l’ultimo tentativo, quello del 1994 interpretato da Robert De Niro, contiene una percentuale maggiore di fedeltà al romanzo, ma la fantasia del regista ne ha comunque modificato parecchi aspetti.
A questo link vengono riportate le differenze fra il romanzo e il film, anche se non del tutto veritiere, come quella su Justine Moritz.
Non ritengo Frankenstein una storia dell’orrore, né una storia di fantasmi, che non compaiono minimamente nel romanzo.
L’orrore, in Frankenstein, è da ricercare nell’uomo, non nel mostro, è da ricercare nelle sue azioni e nei suoi intenti, non nell’essere senza nome che egli ha creato.
E’ un romanzo gotico, poiché contiene gli elementi del genere.
Ma Frankenstein è, principalmente, una storia drammatica, una storia di dolore e di sciagure che nascono per le eccessive ambizioni di Victor von Frankenstein.
Non c’è posto, nel romanzo, per il laboratorio fantascientifico dello scienziato, ormai a tutti noto grazie al cinema.
Un laboratorio c’è, certo, ma l’autrice parla più spesso di strumenti chimici, di duro lavoro, di galvanismo, non spingendosi mai, tuttavia, in più approfondite descrizioni, perché non è quello il punto centrale della storia, non è la fantascienza né l’horror che si vuole narrare, bensì uno degli aspetti della natura umana.
Non c’è posto per Igor, né per nessun [...]

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