Giorno per giorno - 09 Agosto 2009

Carissimi, “Chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita.
I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.  Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv  6,47-51).
Noi, giovedì sera, per via della Festa della Trasfigurazione, avevamo scelto di meditare il Vangelo del giorno, e non, come facciamo abitualmente, quello della domenica successiva, cioè di oggi.
Ma, a salvarci in corner, ci ha pensato la nostra amica Carla che, da dodicimila chilometri di distanza, tra un campo scuola e l’altro, dopo essersi presa la briga (come le accade sempre) di mettersi a tu per tu con La Parola, ha deciso di condividerla con noi.
E noi ve la riproponiamo qui, pari pari.
“Chi crede ha la vita eterna.
Non è una promessa vaga rivolta al futuro: è una realtà fin da adesso.
Non è caparra, o accumulo di ‘punti paradiso’ di cui fare scorta in previsione del domani o meglio dell’aldilà: è condizione per assaporare fin d’ora le gioie messe a disposizione gratuita per noi credenti.
Ma fino a che punto crediamo davvero in questo ‘corpo’ donato, in questa carne data per la vita del mondo? Certo che questo Gesù non è per niente ‘spirituale’, non parla di visioni angeliche, ma della ‘ciccia’ del suo corpo, di un corpo che sarà martoriato e ferito.
E che tale resterà fino alla fine dei tempi, per essere  Dio-con-noi, in mezzo a noi, umanità percossa, reso tutt’uno con le nostre fragilità e ferite.
Anzi le ferite (le sue come le nostre) sono sovente il passaggio necessario, la ‘feritoia’, che apre sulla nostra crescita personale, anche nel cammino di fede.
Sempre che si sappia guardare oltre le apparenze, oltre la superficie della storia e delle nostre piccole storie.
Essere con Lui “carne per la vita del mondo”: anche a noi viene chiesto di fare, del nostro corpo, un piccolo o grande dono.
Non, logicamente,  per venderlo o mostrarlo o farne comunque un idolo, ma perché attraverso di esso fluisca la nostra disponibilità all’ascolto, alla prossimità, all’accoglienza, al perdono.
È la nostra piccola parte in questa incommensurabile comunione offerta da Cristo tramite la Chiesa di cui a nostra volta ci rendiamo partecipi.
Infatti la mensa eucaristica non è un tavolino squallido a due posti (io e Lui) ma è partecipazione ad un banchetto celeste dove tutti, proprio tutti sono invitati.
E [...]

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