Giuseppe Bailone, Occam il nome e le cose

il nome  e le cose Sulla questione degli universali[1], molto dibattuta nei secoli precedenti, Occam smonta le soluzioni dei cosiddetti realisti, di coloro, cioè, che hanno sostenuto l’esistenza di enti universali corrispondenti ai nomi universali, come l’uomo, il cane, l’asino, l’animale ecc.
Anche la natura comune di Duns Scoto cade sotto l’azione critica di Occam, che dissolve, così, il problema tipicamente medievale dell’individuazione.[2] Ma, caduti gli enti universali e la natura comune delle cose, come si spiegano i nomi universali? Se Dio ha creato le cose nella loro singolarità, senza la mediazione delle idee universali che la tradizione agostiniana riteneva presenti nella sua mente come archetipi, quando noi, con un solo nome, mettiamo insieme molte cose, tutte le cose di un certo tipo, su che cosa ci basiamo? Quando col nome singolare “rosa” indichiamo tutte le cose che chiamiamo col quel nome, che cosa facciamo? Se non c’è l’idea platonica della rosa, neppure in forma agostiniana, se non c’è la natura comune delle rose che s’individui nelle singole rose e si universalizzi nel concetto, come si spiegano i nomi universali? Per rispondere bisogna aver chiara la natura dei nomi, secondo Occam.
Il nome è una cosa, un ente, di cui ci serviamo per indicare una o più cose.
E’ una cosa che mettiamo al posto di un’altra, o di un insieme di altre cose, per indicare quell’altra cosa o quell’insieme.
Come tutti gli enti, il nome, pensato, pronunciato o scritto, è individuale.
Scritto è un disegno visibile; pronunciato è un suono della voce percepibile con l’udito.
Come cosa sensibile il nome è singolare: ogni volta che viene scritto, a mano o con mezzi elettronici, il nome occupa una posizione spazio temporale solo sua; ogni volta che viene pronunciato, anche da un registratore che lo ripeta, è altrettanto singolare.
La produzione del disegno o del suono del nome non è fine a se stessa, ma svolge una funzione nella comunicazione e nella conoscenza: serve a significare il nome pensato, cioè l’idea, il concetto, il contenuto mentale che abbiamo in mente quando scriviamo o pronunciamo quel nome e che abbiamo in mente grazie all’esperienza, alla conoscenza intuitiva della cosa cui il nome rimanda.[3] I nomi sono i termini dei nostri discorsi scritti, detti e pensati; sono gli elementi semplici, gli atomi, delle nostre costruzioni mentali, pensate, dette o scritte.
La loro organizzazione più elementare è la proposizione.
Più proposizioni concorrono alla costruzione dei [...]

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