Globalizzazione e identità nel processo educativo

Marinella Pistis insegnante di scuola primaria IC “Santa Caterina” (CA)   Un vecchio detto canadese, di probabile origine pellerossa, afferma che i genitori, nel loro insostituibile ruolo di educatori, debbono preoccuparsi di fornire ai figli “le radici e le ali”.
E’ strano poter pensare che delle radici possano servire a volare e che tutto ciò possa essere ricondotto all’insegnamento, ma effettivamente l’osservazione rivela che tutti gli esseri in grado di spiccare il volo, giungano a farlo solo dopo aver visto i propri luoghi d’origine come riferimenti basilari da cui partire ed eventualmente tornare e ripartire più volte.
  Se insegnare, oggi, significa formare il futuro cittadino del mondo capace di scegliere, libero da ostacoli, nuove masse cui appartenere per poter nutrire, condividendoli, i propri interessi culturali, economici, sessuali, musicali, … allora diviene indispensabile parlare di “insegnamento educativo”, in quanto come afferma E.
Morin (promotore di tale concetto) in “La testa ben fatta”, è «finalizzato a trasmettere una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione attuale e di aiutarci a vivere; una maniera di pensare in modo aperto e libero».
Eppure, non possiamo non tener conto del fatto che la nostra condizione attuale è travolta dalla globalizzazione e dalla multiculturalità e che la prima non è qualcosa contro cui dobbiamo o possiamo lottare, ma un fenomeno di cui dovremo arginare i rischi attraverso il recupero della nostra identità.
La conoscenza approfondita del “chi si è” e la valorizzazione dei propri tratti peculiari ci dirige verso un rapporto di curiosità tollerante nei confronti degli altri.
Quanto più capiamo di noi stessi e del nostro gruppo di appartenenza e ci definiamo nell’ambito di una specificità, tanto più riusciamo ad avere rispetto e fiducia nel gruppo di appartenenza degli altri.
  Nella complessità della nostra realtà multiculturale il destino della nostra civiltà viene spesso definito, e non a torto, entro una costante tensione dialettica fra Babele e la Pentecoste.
  In Babele la multiculturalità rappresenta una punizione divina intrinseca alla condizione umana, in quanto gli altri, portatori di violenza, violatori del nostro spazio, del nostro territorio, della nostra identità, mettono paura.
  Nella multiculturalità pentecostale, invece, la paura si trasforma in segno di riconciliazione; l’amore per gli altri, la volontà dell’entrare in contatto con gli altri e di evitare i conflitti risiedono sulla [...]

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