HELVETIUS E L’EDUCAZIONE DEL BORGHESE: "DE L’ESPRIT".

HELVETIUS E L’EDUCAZIONE DEL BORGHESE: DE L’ESPRIT.
L’opera di Helvetius fu condannata come “dottrina abominevole che distrugge i fondamenti del cristianesimo” dalla Chiesa di Parigi (1758); quattro anni dopo sarà condannato anche l’ Emile di Rousseau.
Entrambi i testi, molto diversi tra loro, segnano comunque l’ingresso della nuova cultura dei lumi nella pedagogia ed una rinnovata attenzione per i problemi dell’uguaglianza e dei diritti dell’individuo.
Consapevole dei rischi a cui andava incontro, Helvetius chiede al lettore, nella prefazione della sua opera, di essere suo “giudice” e non suo “partigiano”.
L’uomo è dotato, per Helvetius, di due qualità: una sensibilità fisica, esterna, ed una capacità di conservare le impressioni, chiamata memoria.
La seconda sarebbe una continuazione della prima: l’uomo è quindi ridotto a sensazioni.
La diseguaglianza non risiede nell’uomo, ma fuori, nella società.
L’educazione degli uomini in paese è pertanto strettamente legata al modo di governare: si istituisce quindi una interazione tra pedagogia e politica.
Nella cultura illuministica, la cultura e la pedagogia sono monopolio della borghesia: l’istruzione è l’arma del borghese, perché è inadatta sia al nobile che al popolano.
Come vediamo, notevole è la distanza tra Helvetius e Rousseau: il primo privilegia il borghese, il secondo il nobile, non perché al borghese ed al contadino non si addica l’educazione, ma perché ne hanno meno bisogno, in quanto più vicini alla natura.
Per Helvetius invece, come emerge in De l’Esprit,   rivolgersi al contadino è impossibile e rivolgersi al nobile non è opportuno (si nota l’influsso delle idee antinobiliari illuministiche).

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