Ho sognato Miles Davis

I primi grandi del jazz li ha ascoltati in Italia, a Milano, durante l'anno di servizio militare passato in una base Usa a Verona all'inizio degli anni Sessanta: Miles Davis, Roland Kirk, Jimmy Giuffre, Pee Wee Russell.
Spesso accanto ad Anthony Braxton, Smith è una delle figure cruciali espresse dall'AACM, la celebre Association for the Advancement of Creative Musicians di Chicago, a cui si devono molte delle ricerche più significative e sofisticate di ambito post-free degli ultimi decenni.
Ma la musica in cui Leo Smith è stato immerso fin dall'infanzia è il blues: un background che chiarisce la coerenza di fondo della produzione del trombettista, anche negli aspetti - la passione per il Davis elettrico, ma persino una fase reggae - apparentemente devianti dalla dimensione rigorista della sua free music.
Non passava molto jazz nel Mississippi, dove Smith è nato nel 1941: «Sono cresciuto in un ambiente dove il blues era importante, non solo come musica ma come dimensione culturale.
B.
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King e Little Milton venivano a casa nostra».
Poi dopo il servizio militare nel '67 andò a Chicago...
«Perché la famiglia di mia moglie era a Chicago.
Ma anche perché durante la leva avevo conosciuto un soldato che era stato sotto le armi insieme a Anthony Braxton in Corea e che mi aveva dato il suo numero di telefono».
Ma aveva idea di che musica facesse Braxton ? «No, all'epoca non aveva ancora inciso niente».
È sorprendente come lei, appena arrivato a Chicago, si metta a suonare con Braxton, Leroy Jenkins, Muhal Richard Abrams, inserendosi con naturalezza in una musica estremamente audace...
«Mentre ero sotto le armi in Europa avevo ascoltato This Is Our Music di Coleman, e con un bassista e un batterista avevamo già cominciato a suonare free».
Lei è stato un pioniere dell'utilizzo di strumenti extraoccidentali: con un atteggiamento però molto diverso da quello di Don Cherry...
«Cherry ha ripreso molto materiale folk di diverse parti del mondo e ha anche composto brani a partire da quelle tradizioni: in questo senso può essere paragonato a Béla Bartók.
Ma il mio approccio non è quello della "classicizzazione" del materiale tradizionale: mi interessa fare tesoro della conoscenza di altre culture ma in una mia dimensione creativa.
Non voglio avere nella mia musica degli aspetti folk, non voglio della musica che sembra africana: io vengo dal Mississippi».
Lei è stato anche un pioniere del contatto con gli improvvisatori europei, fin dai Settanta: quale era la sua impressione ? «Gli improvvisatori europei, parlo [...]

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