I 150 ragazzini di Lampedusa: chiusi nel centro da settimane

Uno su sei è minorenne: dormono all'aperto per protesta.
Tende e materssi per terra   Immigrati a Lampedusa LAMPEDUSA — «Non si può sequestrargli il pallone?» chiede la donna che spazza il cortile.
«No — risponde il direttore — perché?».
«Perché continua ad arrivarmi in testa».
E proprio in quel momento, un ragazzino che corre palla al piede per il centro di accoglienza quasi travolge un poliziotto.
Dall'altra parte dello spiazzo ci sono una quindicina di materassi per terra.
Un gruppo di giovanissimi egiziani domenica scorsa ha passato la notte lì, all'aperto.
«Fanno una sorta di sciopero del sonno perché l'attesa per andare in casa-famiglia è lunga» spiega il direttore del centro, Federico Miragliotta.
Ha 30 anni e con una squadra di coetanei governa la struttura di accoglienza più complicata d'Italia.
In questi giorni di emergenza ha lavorato anche in cucina, alla macchina sigillatrice, confezionando piatti di pastasciutta.
Insomma ci mette passione, ma per il problema dei «minori non accompagnati» chiusi qui dentro non può fare molto: le case-famiglia siciliane, le sole in cui i ragazzi che sbarcano a Lampedusa possono essere ospitati, sono piene.
Anzi, sovraffollate.
Ce ne sono 25, per legge dovrebbero tenere non più di 10 giovani ma spesso ne accolgono 50.
Trovare posti è difficile e alcuni minori aspettano da settimane.
Ieri si è riusciti a farne partire 43.
Secondo Save the Children, che lavora all'interno del centro lampedusano e da tempo chiede che il sistema di accoglienza dei minori si allarghi a tutta Italia, sull'isola ne restano 153.
Vivono assieme a un centinaio di donne nell'area più vicina al cancello d'ingresso, che in teoria dovrebbe contenere 70 persone.
Mangiano all'aria aperta, seduti qua e là, o dentro una tenda di plastica dove è finito chi non entrava nei container.
La mensa è piccola e da tempo è adibita a «laboratorio di confezione pasti».
Lo chef Stefano Signorino, 29 anni, ha lavorato a Londra e in Grecia, in alberghi e ristoranti.
Ora fa da mangiare per gli immigrati: tra il 26 e il 29 dicembre ha sfornato una media di 6 mila piatti al giorno.
Vive circondato da bancali colmi di latte di ceci e fagioli, torri alte tre metri fatte di casse piene di frutta.
Annuncia: «Stasera uova».
E indica dieci cartoni da 360 uova l'uno.
La cella-frigo è un camion che in passato trasportava surgelati.
«Il motore non va quasi più — dice — ma il frigo sì, e a noi serve anche da fermo».
In questo posto a metà tra un piccolo paese e un campo profughi, è bastato che [...]

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