I GIORNI DELL'ABBANDONO di Roberto Faenza

Che dire dell'ultimo film di Faenza, che a Venezia non ha convinto nessuno, ma nelle sale cinematografiche sta andando piuttosto bene, grazie al tam tam di un pubblico femminile particolarmente interessato? Qualcuno ha criticato addirittura il titolo, trovandolo consueto e banale. Personalmente non condivido tale opinione, trovandolo anzi la cosa migliore del film: perché parla di "giorni", mettendo a fuoco il fatto che di un periodo si tratta, per quanto doloroso, da cui fortunatamente si esce.
E  perché il tema dell' "abbandono" è comunque uno dei più delicati dell'intera esistenza, che riguarda tutti, a partire dal momento stesso della nascita; dove lasciare l'amnio materno ci proietta verso la vita col senso  di una perdita irrecuperabile e di un colpevole abbandono da parte di chi ci ha generato.
Da cui fragilità che accompagnano per tutta la vita, ansie, penosi conflitti edipici, sensazione costante di inadeguatezza, perdita di autostima e fiduciosità nell'esistenza.
Gli stessi, se vogliamo, che finiscono per sovrastare la povera moglie abbandonata inopinatamente dal marito (Margherita Buy), all'improvviso.
Il parallelo per dimostrare la validità sostanziale del tema portante: l'abbandono come trauma generale dell'esistenza, non come semplice conclusione di una vicenda coniugale.
Che è poi, invece, pari pari quella raccontata nel film, storia ormai di tutti i giorni, cui nessuna coppia sembra ormai sottrarsi.
E che viene raccontata nel film non col respiro ampio cui accennavamo più sopra, di "fase luttuosa"  da elaborare nel profondo, ma come storia di ordinario isterismo, squisitamente al femminile.
Il regista sembra voler strizzare l'occhiolino alla grande maggioranza delle donne tradite per una sorta furbesca di captatio benvolentiae, con lo stesso machiavellismo  di certi programmi televisivi ( tipo "Isola dei famosi").
Inventa scene pietose sul dramma dei bambini, immagini convenzionali del brutale traditore che amoreggia pubblicamente con una simil velina adolescente, trovate strappalacrime come la morte del povero cane di famiglia, e suocere "fulminate" come nella commedia all'italiana.
Mescolando poi la minestra con altri ingredienti sentimentalistici  e triti, come la poco credibile figura del vicino di casa musicista, con cui i salmi erotici della povera Buy finiranno in gloria.
Peggio ancora la sovrapposizione di elementi simbolici, quasi medianici, all'interno del racconto: come il cane redivivo che compare sul palco dell'orchestra nella scena finale del concerto e la figura criptica della [...]

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