I soldi non danno la felicità…ma aiutano!

La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità.
(Bertrand Russel) Negli ultimi anni l’economia della felicità è diventata un tema di grande interesse per l’economia politica.
Kahneman ha presentato gli studi ultradecennali che ruotano attorno al cosiddetto “paradosso della felicità” e che hanno attratto l’interesse dell’economia politica a livello internazionale.
Queste ricerche hanno rilevato che la valutazione che le persone fanno della propria felicità non sembra aumentare con l’aumento del reddito.
Le ricerche presentate da Kahneman, in particolare, mostrano che l’indice di benessere soggettivo medio (SWB) utilizzato non aumenta con l’aumentare del reddito procapite ma tende a restare costante e in alcuni casi a diminuire.
Tutti gli indicatori di benessere utilizzati dalle ricerche, dalla felicità percepita alla diffusione di malattie mentali, alcolismo, tossicodipendenza, suicidi, mostrano il fallimento della teoria economica tradizionale che predice una crescita del benessere proporzionale alla crescita del reddito.
Kahneman ha illustrato, in particolare, la teoria del set point, secondo cui esistere un livello di felicità che resta pressoché costante durante tutta la vita, in quanto è legato a caratteristiche personali degli individui, affermando che le persone esposte a importanti cambiamenti dopo un periodo più o meno lungo dall’evento shock tornano al livello di benessere che caratterizza la loro personalità (set point).
E se la personalità ha una struttura depressa dopo lo shock emotivo che fa vivere una sensazione di felicità la persona ritorna alla sua depressione.
Come accade nelle società del benessere in cui molto di frequente e soprattutto più spesso di quanto le teorie economiche tradizionali prevedevano le persone mostrano un umore depresso, denunciano la difficoltà a provare interesse o piacere per le attività quotidiane, rivelano sempre più disturbi alimentari, disturbi del sonno, ansia, agitazione, affaticabilità, e soprattutto sentimenti di autovalutazione o eccessivi e inappropriati sensi di colpa, sensazione di perdita di controllo sulla propria persona e il proprio futuro, introversione, poca fiducia in se stessi.
In alcuni casi l’elevata ricchezza di alcuni sembra legarsi a filo doppio con la loro tendenza ad autodistruggersi, con droghe, alta velocità, suicidi, alcol.
Alle scienze sociali oggi rimbalza la domanda sulla possibilità di individuare indicatori di benessere ancorati più alla percezione individuale che a [...]

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