IL JAZZ ITALIANO

Leggere costantemente i (pochi) blog italiani che si occupano di jazz mi ha sempre dato stimoli mportanti e aiutato spesse volte a meglio comprendere la storia della nostra musica.
Naturalmente non è sempre detto che i pareri collimino, e questo è il caso che vi propongo: il notevole blog Strategie Oblique pubblica nello spazio di pochi giorni due interviste, una a Filippo Bianchi e l'altra a Adriano Mazzoletti.
Due nomi che ad un appassionato dicono molto e che raccontano molti anni della storia del jazz in Italia.
Ebbene, sembra che i due critici abbiano due visioni piuttosto differenti sul jazz italiano:ecco come Bianchi risponde alle domande Esiste il jazz italiano, inteso come stile riconoscibile? Mi sembrerebbe un’affermazione spericolata.
Non credo molto alle scuole su base geografica, anzi penso che quelle che conosciamo siano la conseguenza della comparsa di personalità eccezionali, diventate cime di piramidi: sotto di loro sono cresciuti gli emulatori, a varie altezze; senza di loro, non è che l’aria di New Orleans o di Chicago abbia qualcosa di speciale rispetto, poniamo, a Detroit o Boston.
Le personalità eccezionali sono le scintille da cui nasce “un ambiente” favorevole, quello che poi si stratifica in una scuola o uno stile.
Ricordo che alcuni protagonisti del West Coast Jazz non erano affatto californiani, probabilmente erano capitati lì proprio perché sapevano che avrebbero trovato colleghi interessanti.
Negli anni Sessanta, a Londra, Ronnie Scott cambiò sede al suo celeberrimo locale, ma siccome aveva pagato l’affitto della vecchia sede per tutto l’anno, ne concesse l’uso a quella generazione di musicisti ¬– comprendente Kenny Wheeler, Tony Oxley, Dave Holland, Evan Parker, John Stevens, John McLaughlin, Paul Rutherford – che lì suonava sperimentando liberamente tutte le sere, senza altra preoccupazione che la musica.
Una volta ho chiesto a Dave Holland se quella generazione avrebbe maturato una tale originalità e statura espressiva non avendo a disposizione in permanenza uno spazio libero.
Mi rispose: «Probabilmente no».
È chiaro che l’ambiente culturale e sociale esercita una qualche influenza, e che il multiculturalismo e multilinguismo di New Orleans creavano una situazione feconda per il jazz.
Ma, pur collettivo nell’esecuzione, il jazz si regge sulla forza delle personalità individuali.
In molto lo individuano nella forza melodica.
Certo, esiste una tradizione melodica italiana che puoi rintracciare nello stile di Enrico Rava o Paolo Fresu, come ne esiste una [...]

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