IL VINCITORE DEL CAMPIELLO, CARMINE ABATE: "ECCO COME HO IMPARATO A NON ODIARE I TEDESCHI"

Alla fine a vincere il Campiello n.
50 è stato Carmine Abate, con "La collina del vento" (Mondadori), che ha battuto nell'ordine Francesca Melandri, Marcello Fois, Marco Missiroli e Giovanni Montanaro.Quello di Abate, anche se ha qualche ridondanza, è un buon libro, un romanzo di quelli classici, anche molto politically correct, un invito a non cedere ai soprusi e a non tradire se stessi, le proprie origini, la propria terra...
Oltretutto ha messo d'accordo - e accade di rado - la giuria dei critici e quella popolare, oltre ad aver già venduto 20mila copie: Abate e Melandri infatti erano stati i più votati alla selezione tecnica di maggio, a Padova.Osservo però - da semplice cronista, senza che questo costituisca una valutazione di merito - che la classifica del premio è drettamente proporzionale all'età dei concorrenti, se si esclude l'inversione tra Fois e Melandri: Abate è il più anziano e Missiroli e Montanaro i più giovani; e fra i rispettivi romanzi, quello di Abate è forse il più "tradizionale", mentre quelli dei due giovani sono anche i più innovativi.
Superata la boa del cinquantenario dunque, e richiamandosi in continuazione ai giovani, alle loro problematiche e alle loro prospettive, il Premio dovrebbe porsi la questione di come valorizzarne meglio l'operato: magari avendo cura di scegliere la giuria popolare non solo su base della sua rappresentatività sociale, ma anche anagrafica, per implementare la presenza giovanile.Per il Gazzettino (e il Messaggero di Roma) ho intervistato Carmine Abate: ne è uscito il ritratto di un personaggio dalla storia molto particolare e molto edificante. CARMINE ABATE: LA DURA FORTUNA DI ESSERE MINORANZAFino a sei anni non conosceva neppure l’italiano (appartiene alla minoranza albanese della Calabria), e l’unico libro che c’era in casa sua era una copia di "Anna Karenina" senza copertina, trovata nella dispensa; a 16 ha cominciato a scrivere i suoi primi racconti, ad Amburgo, in un misto di tedesco e italiano, per denunciare l’ingiustizia che subisce chi deve abbandonare la propria terra per cercare lavoro.
Ma a 21 e mezzo si è laureato in lettere, e poi si è messo a insegnare proprio italiano: anche se rimane la sua seconda lingua, visto che pensa ancora in "arberesh".
Chissà cosa avrebbe detto il padre di Carmine Abate, già orgoglioso a suo tempo per il lavoro di insegnante conquistato dal figlio, se avesse potuto vederlo sabato sera, sul palco della Fenice, emozionato, sudato, commosso per aver conquistato quel Premio Campiello che 50 anni fa aveva [...]

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