INTESA

“Loretta, ti piace?” Erano sempre queste le parole che mi accoglievano al ritorno a casa, intorno a mezzanotte, l’ora imposta da regole ferree che mio padre ci aveva imposto e che non ci sognavamo di violare.
Guardinga, scarpe in mano, mi affacciavo alla porta, sperando lui fosse già a letto e non controllasse il mio aspetto magari scarmigliato o miei occhi troppo accesi. Ma lui era là, in attesa, e ogni volta era come mi avesse colto in flagrante.
“Ti piace?” ripeteva, sigaretta spenta tra le labbra, sguardo vivo nonostante la luce fioca della stanza satura di fumo. Mi avvicinavo al quadro che stava dipingendo e cercavo di trovare la giusta distanza e la luce favorevole per riuscire a trovare nell’insieme, in un particolare, qualche elemento di discussione. Mi piacevano i suoi quadri e la passione di uno spirito libero. Ci teneva al mio giudizio e grazie a lui, io che non riuscivo a mettere insieme due righe per fare una casa, avevo imparato a conoscere l’arte, soprattutto i pittori i...

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